L’uomo più piccolo e la pipì

C’era una volta la piccola Rosa,
la piccola Rosa un giorno era su un treno, affianco a lei un uomo che non le piaceva per nulla.

L’uomo che non le piaceva per nulla cominciò a toccarla. Lei ricambiò.

Ma ad un certo punto quell’uomo sembrava più piccolo, più piccolo rispetto a Rosa.
Rosa smise immediatamente di toccarlo e scappò nei bagni di un locale. Assieme a Rosa, in quel bagno, c’era una persona che aveva entrambi i sessi, era sia femmina che maschio e chiese a Rosa di aspettare.

Rosa fece pipì e uscì dal bagno, dimenticandosi di aspettare.

(Pomeriggio 12 gennaio 2015, Milano)

Nessuna valida alternativa

Mi ha detto di non farmene una colpa, mi ha chiesto a che età ho iniziato e quanti anni ho adesso. Ha scritto di limitare ogni attività. Ha cercato di convincermi che il nuoto, seppur noioso e scomodo, è una valida alternativa. Mi ha detto che l’unica differenza con la corsa è che sarà una rottura asciugarsi i capelli. Poi ha mormorato che, se non ci sono fratture, magari un giorno tornerò a correre 8-10 km. Poi mi ha guardata e ha detto di non spaventarmi.

Ma io non sono spaventata, io mi ero semplicemente messa in testa che sarei arrivata a 21.
21 km non sono 8 o 10, non è un “magari oggi pomeriggio vado a fare una corsetta”.

21 km sono 12 settimane di preparazione. Per preparazione intendo che la mattina ti alzi e sai che devi correre, la sera vai a letto pensando che la mattina seguente potrai migliorarti e aumentare un po’ la velocità o la distanza.

Voler arrivare a 21km sono quel senso di stomaco vuoto che si prova quando si stoppa il cronometro e si pensa “ora doccia e al lavoro”.

Alla domanda: per che mezza maratona ti stai preparando?

Rispondevo che volevo semplicemente correre per 21 km, non mi importava dove e quando e se ci fossero altri a correre con me. Volevo che le mie gambe provassero la sensazione che si prova quando si corre per 21 km.

Come quando hai un progetto in testa, fai tante prove, e dopo tanto lavoro e tanto pensarci su, quell’opera la vedi finalmente installata in qualche galleria, completa e finita. Per un attimo perde quasi senso, l’attimo in cui ti svuoti dalla fatica, quello che precede il “ce l’ho fatta”.

Ma non so, in realtà non so dirvi come ci si sente dopo 21 km, non ancora.

Una palla di pelo che dormiva

C’era una volta la piccola Rosa,
la piccola Rosa dormiva beata nel suo lettino quando si ritrovò in casa tantissime persone che festeggiavano. Rosa, indispettita, provò a cacciare le persone ma nessuno la ascoltò e si mise a giocare con un gattino bianco. Ad un certo punto il gattino diventò una palla di pelo, una palla di pelo che dormiva.
Rosa cercò in tutti i modi di svegliarla ma la palla di pelo bianco si sdoppiò in due splendidi gattini rossi.

(Mattina 12/01/2015, Milano)

Volevo scusarmi con te.

Volevo scusarmi con te.
Per anni sei stato al mio fianco. Siamo cresciuti insieme.
Quando piangevo, tu, c’eri. Nei viaggi in treno, c’eri.
Quante serate passate a letto, stretti nelle mani, scivolavamo su strati di bianco. Ne sento ancora il rumore.

Volevo scusarmi con te,
mi piacevi così tanto, mi sembrava di non poterne fare a meno. Eravamo inseparabili.
Nella mia vita eri un “per sempre”, impossibile immaginarla senza.
Tu, così eterno, c’eri già ancor prima che io ti incontrassi. Immortale e senza tempo.
Tu, che sei alla base di tutto, di ogni idea. Tu che sei forma e forza.

Volevo scusarmi con te,
per averti messo da parte, sicura di poterti ritrovare.
Ora, ti cerco nel mondo che mi circonda, non ti trovo. La tua assenza è totale.

Volevo scusarmi con te,
da parte di tutti. Tutti quelli che, come ho fatto io, ti hanno messo da parte.

Volevo scusarmi con te,
per non averti difeso contro chi ha pensato di eliminarti, riuscendoci.

La tessera rubata e la pizza margherita

C’era una volta la piccola Rosa,
un giorno Rosa trovò delle tessere, delle tessere dipinte da artisti famosi.

Rosa, fra le varie tessere, ne trovò una sulla quale tanti puntini formavano un disegno, o forse era una fotografia creata dall’unione di tantissimi puntini. Quel giorno Rosa non riuscì a resistere alla tentazione di far sua quella tessera, la mise nello zaino con il quale sarebbe arrivata fino a Roma e uscì dal negozio. Ma, una volta fuori dal negozio, Rosa si pentì di aver rubato la tessera che, nel frattempo, si era trasformata in un lettore di codici.

Tornò al negozio, restituì il lettore di codici e le venne voglia di mangiare una pizza, una pizza margherita con la crosta spessa e morbida.


(Pomeriggio 08/01/2015, Milano)

25 Dicembre 2015

Ciao Fede,
oggi è Natale.

Crescendo scoprirai che il Natale può essere tutto o niente, può essere troppo e addirittura può esser troppo poco.

Oggi che è Natale devo confessarti una cosa, Fede. Chi mi conosce lo sa, non sono “brava” con i bambini, non ho un grande slancio materno e non so essere affettuosa. Voi, piccoli esserini curiosi, mi spiazzate.

Sarà che non conosco ancora i tuoi limiti. Anche se, a pensarci bene, tu non hai limiti, hai solo un universo sconfinato di scoperte davanti a te, per cui qualsiasi mio gesto, per te, è una novità.
Dovrebbe essere più facile ma, indecisa come sono, vorrei darti tutto e il tutto si accumula all’uscita e si blocca.

Comunque, Fede, quest’anno sei stata tu la nostra novità. Dopo tanti anni mi ritrovo a pranzare con mia madre e i miei fratelli.  Dopo 13 anni abbiamo un motivo per riunirci, perché il Natale oggi è vedere te.

ps: la prossima volta vorrei parlarti del nonno, è giusto che tu lo conosca.

Chi di voi sa come si fa il chiaroscuro?

Ho comprato due biro cancellabili, una rossa e una blu. Di quelle che lasciano la goccia di inchiostro che ti trascini fino alla fine del tema.
A che età si smette di usarle? Quando ci viene tolta la possibilità di cancellare?

A che età cominciamo ad usare la scolorina? L’ho sempre odiata.
Ad un certo punto ti offrono la possibilità di coprire gli errori fatti, ignorando che lo scarabocchio o la macchia di scolorina si vedono lo stesso.

A me, al Liceo Artistico, hanno insegnato a non usare la gomma, a “stare leggera” con la matita e ad aumentare la pressione del gesto man mano che si trova la forma esatta.

Oggi, nello stesso Liceo Artistico, i ragazzi non si accorgono più della differenza fra luce e ombra, sfumano, riempiono, non sanno come si fa. Non gli viene spiegato che i chiari e i scuri sono importanti, che la gomma non serve. Non gli viene detto che, allontanandosi dal disegno, quelle righe non sono errori, sono prove, tentativi, che danno forza al segno. Che danno, alla vita, l’energia per capire qual è la forma armoniosa da trovare, quella da fare esplodere e mostrare agli altri lasciandoli con quell’espressione negli occhi:  “uao”.

Due uomini, una donna, una pistola

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era tenuta in ostaggio in una stanza segreta. In quella stanza Rosa non era sola, di fronte a lei c’erano un uomo e una donna giapponesi. Di fianco all’uomo e la donna giapponesi c’era un terzo uomo giapponese, un uomo cattivo che impugnava una pistola e la puntava dritto dritto verso la coppia giapponese. L’uomo cattivo diceva alla coppia di non muoversi e loro non si muovevano.
Rosa avrebbe voluto salvarli e quindi urlava, urlava più forte che poteva ma nessuno la sentiva.

 

(Notte 07-08/01/2015, Milano)

Non era un giorno qualsiasi

Voglio raccontarvi una storia ma non posso iniziare con Era un giorno qualsiasi perché non lo era affatto.

Io e la mamma mettevamo insieme lo scenario di un presepe, con qualche giorno di ritardo. Papà stava lavando i piatti dopo aver sparecchiato. Avevamo appena cenato, probabilmente i nonni si erano già appisolati sul divano, davanti alla tv accesa. I miei fratelli non ricordo dove fossero.

Dicevo, io e la mamma posizionavamo i personaggi di un presepe, papà ogni tanto si avvicinava a monitorare la composizione e ne approfittava per sfottermi. Mi sfotteva perché da pochi giorni ero stata lasciata dal mio primo fidanzato, dopo due anni. Io di anni ne avevo 18 da pochi mesi. Erano giorni in cui piangevo molto, la scusa ufficiale era, appunto, l’essere stata piantata dal fidanzatino; in realtà in quelle lacrime ci buttavo dentro tutto, erano un modo per sfogarmi, perché, infondo, non lo amavo più neppure io e, da un po’ di mesi, non mi andava neppure di vederlo. Papà mi sfotteva e sembrava contento “È inutile, non lo trovi uno come me, io alla mamma ho sempre regalato rose rosse, il colore dell’amore è il rosso, non il blu… lascia stare, non cercarlo nemmeno un altro”.
Il suo sfottò mi divertiva e, a mio modo, ricambiavo prendendolo in giro per quel braccio dolorante che si trascinava, da giorni, come se fosse di troppo.
Ricordo perfettamente il punto che stavo fissando mentre scherzavamo. Non ricordo però il momento della prova luci alla fine dell’allestimento natalizio.

In quel periodo ero fissata con i tarocchi, un amico mi aveva prestato il libro del padre, avevo iniziato a studiare le carte e a fare qualche gioco a me stessa. Non era una serata qualsiasi, quella sera erano uscite la carta della morte capovolta, quella del carro e la ruota. Non so più in che ordine ma segnavano una fine.
Avevo messo via le carte e mi ero dedicata alla lettura del libro quando la mamma è entrata in camera dicendomi “Andiamo in ospedale”.
Mi sono alzata e ho percorso il corridoio, papà si stava infilando la giacca, il suo corpo era di tre quarti mentre il suo sguardo assente mi ha fissata per pochi secondi. I suoi occhi erano circondati da profonde occhiaie nere. L’ho osservato mentre usciva dalla porta.

La cucina era illuminata solo dalla tv e la voce di Marzullo riempiva le pareti. Sul divano il libro di medicina aperto alla voce I sintomi dell’infarto.
Non so quanto tempo sia passato, ho sentito il telefono squillare, ha risposto mio fratello, apparso non so quando dalla camera da letto. Seduta, immobile, gli ho chiesto “Allora?”. La sua voce incazzata mi ha risposto “Secondo te?”. Subito dopo mi ha detto di avvisare i nonni che lui avrebbe chiamato lo zio.
Volevamo essere forti, ci stavamo provando, in realtà non sentivamo ancora nulla.

Ho raggiunto i nonni in camera da letto, ho aperto la porta, i loro corpi si sono girati verso di me. Nella penombra ho trovato la forza di dirlo, l’ho detto senza piangere, senza un tono ben preciso, l’ho detto senza nemmeno rendermene conto “Papà è morto”.

Non era un giorno qualsiasi, non poteva esserlo, non lo sarebbe stato mai più.
Era il 12 dicembre del 2002.

Di quel Natale ricordo solo le luci dell’albero spente.

La ragazza ben vestita e il tram

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era davanti ad una vasca gigante, una vasca gigante trasparente come una piscina. Ad un certo punto, una ragazza vestita di tutto punto e ben truccata si buttava proprio in quella vasca che Rosa stava fissando. Si buttava così, vestita, truccata e con una macchina fotografica al collo. Ma i suoi vestiti, trucco e capelli non si scomponevano di un millimetro.
Rosa era seduta su un divano e guardava la ragazza nella vasca trasparente. Era un divano molto bello ma il suo desiderio era quello di andarsene.
Mentre pensava a come andarsene, attorno a lei, apparivano tanti tram, tram che arrivavano da tutte le direzioni. Rosa osservava una mappa ma era la mappa di un’altra città.
Salita sul tram, Rosa si accorse che non stava tornando a casa sua ma che il tram l’avrebbe portata dallo zio, lo zio che vive in un’altra città.

(Notte 06-07/01/2015, Milano)