Condanna

Mi piace pensare che la condanna degli artisti sia il voler possedere la bellezza.

La bellezza che trova una delle sue massime espressioni nel volto dell’altro.

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ozio produttivo

” (…) rivolgendo la mia attenzione ad oggetti apparentemente insignificanti ( le leggi che regolano il volo delle zanzare, il ritmo dei pulviscoli nel sole, la melodia delle onde sonore, eccetera). Ne derivò un crescente stupore circa la molteplicità degli avvenimenti e un totale, tranquillizzante oblio di me stesso, con cui mi assicurai le basi per un salutare, mai noioso far niente.”
Hermann Hesse

Il mio mantra di questa settimana.

Alcuni artisti riflettono sull’ozio, capita di trovarmi lì, in mezzo alle loro riflessioni, e la mia mente torna a quando ne capivo il significato.

Devo concedermi un po’ di ozio produttivo.

Funamboli, precari, disequilibrati, alla ricerca di un senso.

Dell’esame di maturità ricordo tre cose:

Faceva caldo, un caldo insopportabile, un caldo da far sudare le pareti.

Alcuni compagni raccontavano di non aver dormito, di essere agitati, io ero la solita, volevo solo togliermi davanti gli ultimi giorni di liceo, godermi l’estate; ero tranquilla, sembrava non me ne importasse nulla, come sempre.

L’ultima domanda del mio esame, la più difficile, quella davanti alla quale ho fatto scena muta, forse l’unica scena muta della mia carriera scolastica “Cosa vuoi fare da grande?”.
Sarebbe cambiato tutto nel giro di pochi mesi.

Fra tre mesi cambierà, nuovamente,tutto. Ogni sei mesi cambia tutto. Per i primi due mesi non ci penso mai, gli ultimi due comincio a fantasticare su cosa mi aspetta. Ipotizzo il peggio e non trovo mai nulla di buono. Poi va sempre meglio, rispetto al peggio, me la cavo sempre meglio.

Ma Cosa vuoi fare da grande? rimbomba spesso, a intermittenza, fra le pareti fredde o calde, di ogni nuova casa, di ogni edificio, aula, negozio. Il Cosa vuoi fare da grande? resta incastrato fra i ricordi di quegli ultimissimi giorni di liceo. I giorni dai quali sembra non si possa più tornare indietro, quelli delle scelte decisive che non arrivano mai.

I giorni in cui si inizia, tendendo la corda, a reinventarsi.

Funamboli,

precari,

disequilibrati,

alla ricerca di un senso.

L’empatia dei giorni no

Con 39 di febbre riordinare le idee è difficile. Figuriamoci gestire le emozioni.

Da sabato vedo solo la mia stanza, la prospettiva è piuttosto alta, dormo su un letto a soppalco. Ogni tanto sbircio internet e leggo notizie che, il più delle volte, sembrano finte. Sì, anche le bombe sembrano finte, forse le bombe ancor di più. Lo erano anche le immagini alla tv, quando ne avevo una e vivevo con mamma, papà e fratelli. Era tutto finto anche in tv. Ci è bastato mettere un vetro davanti alle cose e farci spettatori. Non so quale fosse la reazione prima di tutto cìò, se leggere una notizia o ascoltarla riportata da qualcuno avesse lo stesso identico effetto di finzione. Non lo so.

In questi giorni ho avuto a che fare con tre medici-donne. Una che mi conosce da sempre, una che mi ha visitata in piena notte e una che mi ha sentita piangere per telefono e non sa nemmeno se sono alta bassa grassa o magra.

Prima di ammalarmi (non succedeva dal 2010) ero convinta che un medico che mi conosce da 30 anni mi avrebbe sempre aiutata. Adesso so per certo che non è così, quel medico ha messo un vetro davanti, non gliene frega un cazzo se sto bene o male, tira dritto e avanti il prossimo.

Il medico che mi ha visitata, invece, ha fatto quel che poteva e mi ha regalato un sorriso che, davvero, mi chiedo dove abbia trovato la forza, dopo una nottata di lavoro.

Ma ciò che mi ha sorpresa è stato vedere come davanti al pianto e al suono della voce, la terza dottoressa non abbia messo alcun vetro. Eravamo umane, io e lei. Non c’era finzione. Io esausta dalla stanchezza, dalla febbre, dal senso d’ingiustizia. Lei dispiaciuta,  provava a trovare una soluzione per me.

Dicono che l’assenza di empatia sia una caratteristica dell’essere medico. Ma c’è un confine sottilissimo che separa l’essere un bravo medico e l’essere uno stronzo.

Forse dovremmo smetterla di guardare le immagini, dovremmo ascoltare il suono di quella tragedia, i pianti, le urla.

Forse dovremmo imparare a preoccuparci, a chiedere (sempre) quali sono i giorni no e perché.

Vile

Mi annoia il vile, chi si nasconde e sputa sentenze.

Il vile mi annoia e mi fa tenerezza, poiché, di fatto, non ha nulla di più interessante da fare e da dire.

 

Parassitismo e fastidio

Non ho mai studiato scienze naturali ma mi piace osservare il comportamento di chi mi sta attorno. Da diverso tempo, ad esempio, rifletto sulla figura del parassita. Sentiamo spesso definire quella o quell’altra persona come “parassita” ma ne capiamo il reale significato solo quando ci ritroviamo a vivere una determinata situazione o meglio, ci ritroviamo a rivivere l’ennesima, identica, situazione.

La prima cosa che ho fatto è stato googolare parassita: Animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi.

Affascinante leggere che Il parassitismo è una forma associativa molto diffusa, tanto che si può affermare che nessuna specie ne sia immune.

Volendo umanizzare il parassita, ciò che riscontriamo in lui sono alcune particolari caratteristiche comportamentali. Semplificando molto, troviamo in lui la tendenza ad apparire buono e simpatico, la tendenza ad innescare, negli altri, un sentimento di tenerezza misto a compassione. Queste sue caratteristiche gli consentono di intrappolare l’ospite.

L’ospite si mostra, fin da subito, fragile ed incline all’altruismo. L’ospite è educato e rispettoso perché odia subire atteggiamenti scorretti. L’ospite non sa difendersi, l’unico mezzo che utilizza per farlo è fallimentare. Egli si rende infatti “disponibile” illudendosi che le classiche buone maniere scoraggino gli atteggiamenti negativi nei suoi confronti.


Col passare del tempo, l’
ospite capisce che gli abbracci e i sorrisi del parassita si rivelano per quello che sono: strumenti che gli consentono di vivere alle spese dell’ospite senza alcun sforzo.

Il parassita, tuttavia, cresce nella convinzione di avere solo diritti.

È paradossale ma è così: il parassita ha sempre vissuto nell’abbondanza, l’ospite nella mancanza. Questo fa si che essi tendano a ricrearsi lo stesso clima nel quale sono cresciuti – il senso di abbondanza / mancanzae che gli è più familiare (seppur nocivo, per certi aspetti)

L’Io del parassita si presenta compatto nel dire all’ospite <La merda sei tu>. L’ospite si abitua a mangiare la merda del parassita sperando che questo porti a chissà quale risvolto positivo.

Questa situazione contiene una nota drammatica per l’ospite, cioè il fatto che non potrà liberarsi del parassita ma solo sperare nella simbiosi. Sperare quindi nel compromesso che offra un vantaggio ad entrambi. In pratica, l’ospite tenderà a cercare dei vantaggi dalla presenza del parassita, poiché liberarsene potrebbe rivelarsi più dannoso.

I batteri nello stomaco della mucca trovano posto sicuro, in cambio la aiutano a digerire la cellulosa.

Noi umani, però, abbiamo la possibilità di scegliere, può quindi esserci un risvolto positivo per l’ospite: egli, non ricevendo benefici diretti dal parassita ma dalla situazione, nel momento in cui vorrà liberarsene non subirà danni. Inoltre, l’ospite, ha un livello di vita/aspettativa/benessere superiore a quello del parassita.

In conclusione, il problema rimane uno: liberarsi dai meccanismi che ci riconducono nelle medesime situazioni di merda.

Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti

Sto percorrendo il corridoio, una porta aperta, lo sguardo scappa dentro:
le teste sono curve sul banco, alcune, altre invece lo fissano mentre le spalle sono appoggiate allo schienale della sedia. La classica sedia che strappa i capelli, ad uno ad uno, a chi li ha lunghi, gli altri non lo sanno nemmeno che lo fa.
Faccio in tempo a scorgere quel mix di terrore e smarrimento negli sguardi, durante il compito di fisica. Mi scappa un sorriso.

Entro in aula, saluto, mi siedo. Le teste sono collegate ai rispettivi auricolari. Oltre al rumore della classe al piano di sopra, riesco a sentire le matite che scivolano sulle tavole e riempiono le forme geometriche di colori primari.
Da pochi giorni sono arrivate le felpe, con cappuccio o senza, hanno tutte una A stampata e circondata da disegni.

Ci sono mattinate che trascorrono silenziose, altre dove le loro voci invadono le mie orecchie, a volte si insinuano nei miei pensieri fino alla sera, altre volte cerco di zittirle, altre volte mi chiedo se le ho  ascoltate abbastanza.

In ogni classe c’è una ragazzina “persa nel suo mondo”, con l’aria triste, che si rannicchia sulla sedia e fissa il diario o un punto qualsiasi. Probabilmente non è sempre la stessa. La cerco ogni volta che entro in un’aula nuova, la trovo quasi sempre. Poi mi metto a cercare gli altri, quello belloccio ma stupido, quello intelligente, la secchiona, la precisina che di solito sta al primo banco, lo strafottente che si nasconde all’ultimo.

Mi sto rendendo conto di non aver mai frequentato gli adolescenti, nemmeno quando io ero adolescente. Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti. Parlo di quegli adulti che si disumanizzano. Quelli che dopo i 35 anni,  diventano freddi, presuntosi, inconsapevoli, infantili, stizziti, nervosi, acidi, insopportabili, arrivisti, poco interessanti, antipatici.

Nessuna valida alternativa

Mi ha detto di non farmene una colpa, mi ha chiesto a che età ho iniziato e quanti anni ho adesso. Ha scritto di limitare ogni attività. Ha cercato di convincermi che il nuoto, seppur noioso e scomodo, è una valida alternativa. Mi ha detto che l’unica differenza con la corsa è che sarà una rottura asciugarsi i capelli. Poi ha mormorato che, se non ci sono fratture, magari un giorno tornerò a correre 8-10 km. Poi mi ha guardata e ha detto di non spaventarmi.

Ma io non sono spaventata, io mi ero semplicemente messa in testa che sarei arrivata a 21.
21 km non sono 8 o 10, non è un “magari oggi pomeriggio vado a fare una corsetta”.

21 km sono 12 settimane di preparazione. Per preparazione intendo che la mattina ti alzi e sai che devi correre, la sera vai a letto pensando che la mattina seguente potrai migliorarti e aumentare un po’ la velocità o la distanza.

Voler arrivare a 21km sono quel senso di stomaco vuoto che si prova quando si stoppa il cronometro e si pensa “ora doccia e al lavoro”.

Alla domanda: per che mezza maratona ti stai preparando?

Rispondevo che volevo semplicemente correre per 21 km, non mi importava dove e quando e se ci fossero altri a correre con me. Volevo che le mie gambe provassero la sensazione che si prova quando si corre per 21 km.

Come quando hai un progetto in testa, fai tante prove, e dopo tanto lavoro e tanto pensarci su, quell’opera la vedi finalmente installata in qualche galleria, completa e finita. Per un attimo perde quasi senso, l’attimo in cui ti svuoti dalla fatica, quello che precede il “ce l’ho fatta”.

Ma non so, in realtà non so dirvi come ci si sente dopo 21 km, non ancora.

Volevo scusarmi con te.

Volevo scusarmi con te.
Per anni sei stato al mio fianco. Siamo cresciuti insieme.
Quando piangevo, tu, c’eri. Nei viaggi in treno, c’eri.
Quante serate passate a letto, stretti nelle mani, scivolavamo su strati di bianco. Ne sento ancora il rumore.

Volevo scusarmi con te,
mi piacevi così tanto, mi sembrava di non poterne fare a meno. Eravamo inseparabili.
Nella mia vita eri un “per sempre”, impossibile immaginarla senza.
Tu, così eterno, c’eri già ancor prima che io ti incontrassi. Immortale e senza tempo.
Tu, che sei alla base di tutto, di ogni idea. Tu che sei forma e forza.

Volevo scusarmi con te,
per averti messo da parte, sicura di poterti ritrovare.
Ora, ti cerco nel mondo che mi circonda, non ti trovo. La tua assenza è totale.

Volevo scusarmi con te,
da parte di tutti. Tutti quelli che, come ho fatto io, ti hanno messo da parte.

Volevo scusarmi con te,
per non averti difeso contro chi ha pensato di eliminarti, riuscendoci.

Chi di voi sa come si fa il chiaroscuro?

Ho comprato due biro cancellabili, una rossa e una blu. Di quelle che lasciano la goccia di inchiostro che ti trascini fino alla fine del tema.
A che età si smette di usarle? Quando ci viene tolta la possibilità di cancellare?

A che età cominciamo ad usare la scolorina? L’ho sempre odiata.
Ad un certo punto ti offrono la possibilità di coprire gli errori fatti, ignorando che lo scarabocchio o la macchia di scolorina si vedono lo stesso.

A me, al Liceo Artistico, hanno insegnato a non usare la gomma, a “stare leggera” con la matita e ad aumentare la pressione del gesto man mano che si trova la forma esatta.

Oggi, nello stesso Liceo Artistico, i ragazzi non si accorgono più della differenza fra luce e ombra, sfumano, riempiono, non sanno come si fa. Non gli viene spiegato che i chiari e i scuri sono importanti, che la gomma non serve. Non gli viene detto che, allontanandosi dal disegno, quelle righe non sono errori, sono prove, tentativi, che danno forza al segno. Che danno, alla vita, l’energia per capire qual è la forma armoniosa da trovare, quella da fare esplodere e mostrare agli altri lasciandoli con quell’espressione negli occhi:  “uao”.