Funamboli, precari, disequilibrati, alla ricerca di un senso.

Dell’esame di maturità ricordo tre cose:

Faceva caldo, un caldo insopportabile, un caldo da far sudare le pareti.

Alcuni compagni raccontavano di non aver dormito, di essere agitati, io ero la solita, volevo solo togliermi davanti gli ultimi giorni di liceo, godermi l’estate; ero tranquilla, sembrava non me ne importasse nulla, come sempre.

L’ultima domanda del mio esame, la più difficile, quella davanti alla quale ho fatto scena muta, forse l’unica scena muta della mia carriera scolastica “Cosa vuoi fare da grande?”.
Sarebbe cambiato tutto nel giro di pochi mesi.

Fra tre mesi cambierà, nuovamente,tutto. Ogni sei mesi cambia tutto. Per i primi due mesi non ci penso mai, gli ultimi due comincio a fantasticare su cosa mi aspetta. Ipotizzo il peggio e non trovo mai nulla di buono. Poi va sempre meglio, rispetto al peggio, me la cavo sempre meglio.

Ma Cosa vuoi fare da grande? rimbomba spesso, a intermittenza, fra le pareti fredde o calde, di ogni nuova casa, di ogni edificio, aula, negozio. Il Cosa vuoi fare da grande? resta incastrato fra i ricordi di quegli ultimissimi giorni di liceo. I giorni dai quali sembra non si possa più tornare indietro, quelli delle scelte decisive che non arrivano mai.

I giorni in cui si inizia, tendendo la corda, a reinventarsi.

Funamboli,

precari,

disequilibrati,

alla ricerca di un senso.

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