Funamboli, precari, disequilibrati, alla ricerca di un senso.

Dell’esame di maturità ricordo tre cose:

Faceva caldo, un caldo insopportabile, un caldo da far sudare le pareti.

Alcuni compagni raccontavano di non aver dormito, di essere agitati, io ero la solita, volevo solo togliermi davanti gli ultimi giorni di liceo, godermi l’estate; ero tranquilla, sembrava non me ne importasse nulla, come sempre.

L’ultima domanda del mio esame, la più difficile, quella davanti alla quale ho fatto scena muta, forse l’unica scena muta della mia carriera scolastica “Cosa vuoi fare da grande?”.
Sarebbe cambiato tutto nel giro di pochi mesi.

Fra tre mesi cambierà, nuovamente,tutto. Ogni sei mesi cambia tutto. Per i primi due mesi non ci penso mai, gli ultimi due comincio a fantasticare su cosa mi aspetta. Ipotizzo il peggio e non trovo mai nulla di buono. Poi va sempre meglio, rispetto al peggio, me la cavo sempre meglio.

Ma Cosa vuoi fare da grande? rimbomba spesso, a intermittenza, fra le pareti fredde o calde, di ogni nuova casa, di ogni edificio, aula, negozio. Il Cosa vuoi fare da grande? resta incastrato fra i ricordi di quegli ultimissimi giorni di liceo. I giorni dai quali sembra non si possa più tornare indietro, quelli delle scelte decisive che non arrivano mai.

I giorni in cui si inizia, tendendo la corda, a reinventarsi.

Funamboli,

precari,

disequilibrati,

alla ricerca di un senso.

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L’empatia dei giorni no

Con 39 di febbre riordinare le idee è difficile. Figuriamoci gestire le emozioni.

Da sabato vedo solo la mia stanza, la prospettiva è piuttosto alta, dormo su un letto a soppalco. Ogni tanto sbircio internet e leggo notizie che, il più delle volte, sembrano finte. Sì, anche le bombe sembrano finte, forse le bombe ancor di più. Lo erano anche le immagini alla tv, quando ne avevo una e vivevo con mamma, papà e fratelli. Era tutto finto anche in tv. Ci è bastato mettere un vetro davanti alle cose e farci spettatori. Non so quale fosse la reazione prima di tutto cìò, se leggere una notizia o ascoltarla riportata da qualcuno avesse lo stesso identico effetto di finzione. Non lo so.

In questi giorni ho avuto a che fare con tre medici-donne. Una che mi conosce da sempre, una che mi ha visitata in piena notte e una che mi ha sentita piangere per telefono e non sa nemmeno se sono alta bassa grassa o magra.

Prima di ammalarmi (non succedeva dal 2010) ero convinta che un medico che mi conosce da 30 anni mi avrebbe sempre aiutata. Adesso so per certo che non è così, quel medico ha messo un vetro davanti, non gliene frega un cazzo se sto bene o male, tira dritto e avanti il prossimo.

Il medico che mi ha visitata, invece, ha fatto quel che poteva e mi ha regalato un sorriso che, davvero, mi chiedo dove abbia trovato la forza, dopo una nottata di lavoro.

Ma ciò che mi ha sorpresa è stato vedere come davanti al pianto e al suono della voce, la terza dottoressa non abbia messo alcun vetro. Eravamo umane, io e lei. Non c’era finzione. Io esausta dalla stanchezza, dalla febbre, dal senso d’ingiustizia. Lei dispiaciuta,  provava a trovare una soluzione per me.

Dicono che l’assenza di empatia sia una caratteristica dell’essere medico. Ma c’è un confine sottilissimo che separa l’essere un bravo medico e l’essere uno stronzo.

Forse dovremmo smetterla di guardare le immagini, dovremmo ascoltare il suono di quella tragedia, i pianti, le urla.

Forse dovremmo imparare a preoccuparci, a chiedere (sempre) quali sono i giorni no e perché.

Vile

Mi annoia il vile, chi si nasconde e sputa sentenze.

Il vile mi annoia e mi fa tenerezza, poiché, di fatto, non ha nulla di più interessante da fare e da dire.

 

L’aereo che non riusciva a decollare

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era aggrappata alle ali di un aereo e voleva volare.
Una ragazza le diceva che sarebbe stato difficile volare perché l’aereo non riusciva a decollare.

Rosa pensava che, una volta in volo, avrebbe perso gravità e avrebbe potuto fluttuare nel cielo.

(Notte13-14 gennaio 2015, Milano)