Parassitismo e fastidio

Non ho mai studiato scienze naturali ma mi piace osservare il comportamento di chi mi sta attorno. Da diverso tempo, ad esempio, rifletto sulla figura del parassita. Sentiamo spesso definire quella o quell’altra persona come “parassita” ma ne capiamo il reale significato solo quando ci ritroviamo a vivere una determinata situazione o meglio, ci ritroviamo a rivivere l’ennesima, identica, situazione.

La prima cosa che ho fatto è stato googolare parassita: Animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi.

Affascinante leggere che Il parassitismo è una forma associativa molto diffusa, tanto che si può affermare che nessuna specie ne sia immune.

Volendo umanizzare il parassita, ciò che riscontriamo in lui sono alcune particolari caratteristiche comportamentali. Semplificando molto, troviamo in lui la tendenza ad apparire buono e simpatico, la tendenza ad innescare, negli altri, un sentimento di tenerezza misto a compassione. Queste sue caratteristiche gli consentono di intrappolare l’ospite.

L’ospite si mostra, fin da subito, fragile ed incline all’altruismo. L’ospite è educato e rispettoso perché odia subire atteggiamenti scorretti. L’ospite non sa difendersi, l’unico mezzo che utilizza per farlo è fallimentare. Egli si rende infatti “disponibile” illudendosi che le classiche buone maniere scoraggino gli atteggiamenti negativi nei suoi confronti.


Col passare del tempo, l’
ospite capisce che gli abbracci e i sorrisi del parassita si rivelano per quello che sono: strumenti che gli consentono di vivere alle spese dell’ospite senza alcun sforzo.

Il parassita, tuttavia, cresce nella convinzione di avere solo diritti.

È paradossale ma è così: il parassita ha sempre vissuto nell’abbondanza, l’ospite nella mancanza. Questo fa si che essi tendano a ricrearsi lo stesso clima nel quale sono cresciuti – il senso di abbondanza / mancanzae che gli è più familiare (seppur nocivo, per certi aspetti)

L’Io del parassita si presenta compatto nel dire all’ospite <La merda sei tu>. L’ospite si abitua a mangiare la merda del parassita sperando che questo porti a chissà quale risvolto positivo.

Questa situazione contiene una nota drammatica per l’ospite, cioè il fatto che non potrà liberarsi del parassita ma solo sperare nella simbiosi. Sperare quindi nel compromesso che offra un vantaggio ad entrambi. In pratica, l’ospite tenderà a cercare dei vantaggi dalla presenza del parassita, poiché liberarsene potrebbe rivelarsi più dannoso.

I batteri nello stomaco della mucca trovano posto sicuro, in cambio la aiutano a digerire la cellulosa.

Noi umani, però, abbiamo la possibilità di scegliere, può quindi esserci un risvolto positivo per l’ospite: egli, non ricevendo benefici diretti dal parassita ma dalla situazione, nel momento in cui vorrà liberarsene non subirà danni. Inoltre, l’ospite, ha un livello di vita/aspettativa/benessere superiore a quello del parassita.

In conclusione, il problema rimane uno: liberarsi dai meccanismi che ci riconducono nelle medesime situazioni di merda.

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