21 febbraio 2016

Ciao Fede, non ci vedevamo da tanto.
Cresci fino ad essere, ogni volta, qualcuno da riconoscere.

Ci siamo riuniti per festeggiare il compleanno della nonna – mia mamma.

Ti avevo anticipato che ti avrei parlato del nonno, questa è l’occasione giusta.
La nonna e il nonno sono nati lo stesso giorno, il nonno però ci ha lasciati molto prima del tuo arrivo. Ci ha lasciati ancor prima che i tuoi genitori si incontrassero.

Il nonno non era fra di noi, oggi, perché il suo cuore ha ceduto una notte di 13 anni fa, circa. Mi piace pensare che l’infarto venga alle persone che amano troppo. Mio padre ci amava. Lui era, per noi, la Legge. Tutto quello che diceva papà era giusto, ci fidavamo di lui, lui sapeva sempre cosa fare. Ma soprattutto, ed è di questo che ti voglio parlare, sapeva dire “No.”.

Il nonno -mio padre- non era solo perfetto nei suoi “No.”, era perfetto anche nel respingere la mia insistenza. I miei fratelli hanno un altro temperamento rispetto al mio, più tranquillo, per cui di fronte ai suoi “No.” si bloccavano, non c’era obiezione. Per me le cose funzionavano in modo diverso, cerco di spiegarmi:

io: < Papà, posso fare questo?>
risposta: <No.>
mia obiezione: < Perché no?>
risposta conclusiva del nonno: <Perché No.>

Caro Federico, tutto questo ti sembrerà un delirio insensato, per me i suoi “Perché No.” lo sono stati per molto tempo. Dopo la sua scomparsa però, il rapporto con mia madre e i miei fratelli si è sgretolato, non comunicavamo più. Ognuno si è chiuso nelle proprie decisioni.
L’elemento che ci teneva uniti, che ci indicava il giusto o sbagliato, non c’era più.

Non c’era più nessuno a dirci di No.

Davanti al dilemma “Lo faccio? O non lo faccio?”, ritrovavo un timido “no” e quando rivolgevo a me stessa il “perché non farlo?” non mi imbattevo più in un fermo e deciso “Perché No.”

Questa, piccolo Fede, è la storia di come ho cominciato a sbagliare.

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Parassitismo e fastidio

Non ho mai studiato scienze naturali ma mi piace osservare il comportamento di chi mi sta attorno. Da diverso tempo, ad esempio, rifletto sulla figura del parassita. Sentiamo spesso definire quella o quell’altra persona come “parassita” ma ne capiamo il reale significato solo quando ci ritroviamo a vivere una determinata situazione o meglio, ci ritroviamo a rivivere l’ennesima, identica, situazione.

La prima cosa che ho fatto è stato googolare parassita: Animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi.

Affascinante leggere che Il parassitismo è una forma associativa molto diffusa, tanto che si può affermare che nessuna specie ne sia immune.

Volendo umanizzare il parassita, ciò che riscontriamo in lui sono alcune particolari caratteristiche comportamentali. Semplificando molto, troviamo in lui la tendenza ad apparire buono e simpatico, la tendenza ad innescare, negli altri, un sentimento di tenerezza misto a compassione. Queste sue caratteristiche gli consentono di intrappolare l’ospite.

L’ospite si mostra, fin da subito, fragile ed incline all’altruismo. L’ospite è educato e rispettoso perché odia subire atteggiamenti scorretti. L’ospite non sa difendersi, l’unico mezzo che utilizza per farlo è fallimentare. Egli si rende infatti “disponibile” illudendosi che le classiche buone maniere scoraggino gli atteggiamenti negativi nei suoi confronti.


Col passare del tempo, l’
ospite capisce che gli abbracci e i sorrisi del parassita si rivelano per quello che sono: strumenti che gli consentono di vivere alle spese dell’ospite senza alcun sforzo.

Il parassita, tuttavia, cresce nella convinzione di avere solo diritti.

È paradossale ma è così: il parassita ha sempre vissuto nell’abbondanza, l’ospite nella mancanza. Questo fa si che essi tendano a ricrearsi lo stesso clima nel quale sono cresciuti – il senso di abbondanza / mancanzae che gli è più familiare (seppur nocivo, per certi aspetti)

L’Io del parassita si presenta compatto nel dire all’ospite <La merda sei tu>. L’ospite si abitua a mangiare la merda del parassita sperando che questo porti a chissà quale risvolto positivo.

Questa situazione contiene una nota drammatica per l’ospite, cioè il fatto che non potrà liberarsi del parassita ma solo sperare nella simbiosi. Sperare quindi nel compromesso che offra un vantaggio ad entrambi. In pratica, l’ospite tenderà a cercare dei vantaggi dalla presenza del parassita, poiché liberarsene potrebbe rivelarsi più dannoso.

I batteri nello stomaco della mucca trovano posto sicuro, in cambio la aiutano a digerire la cellulosa.

Noi umani, però, abbiamo la possibilità di scegliere, può quindi esserci un risvolto positivo per l’ospite: egli, non ricevendo benefici diretti dal parassita ma dalla situazione, nel momento in cui vorrà liberarsene non subirà danni. Inoltre, l’ospite, ha un livello di vita/aspettativa/benessere superiore a quello del parassita.

In conclusione, il problema rimane uno: liberarsi dai meccanismi che ci riconducono nelle medesime situazioni di merda.

Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti

Sto percorrendo il corridoio, una porta aperta, lo sguardo scappa dentro:
le teste sono curve sul banco, alcune, altre invece lo fissano mentre le spalle sono appoggiate allo schienale della sedia. La classica sedia che strappa i capelli, ad uno ad uno, a chi li ha lunghi, gli altri non lo sanno nemmeno che lo fa.
Faccio in tempo a scorgere quel mix di terrore e smarrimento negli sguardi, durante il compito di fisica. Mi scappa un sorriso.

Entro in aula, saluto, mi siedo. Le teste sono collegate ai rispettivi auricolari. Oltre al rumore della classe al piano di sopra, riesco a sentire le matite che scivolano sulle tavole e riempiono le forme geometriche di colori primari.
Da pochi giorni sono arrivate le felpe, con cappuccio o senza, hanno tutte una A stampata e circondata da disegni.

Ci sono mattinate che trascorrono silenziose, altre dove le loro voci invadono le mie orecchie, a volte si insinuano nei miei pensieri fino alla sera, altre volte cerco di zittirle, altre volte mi chiedo se le ho  ascoltate abbastanza.

In ogni classe c’è una ragazzina “persa nel suo mondo”, con l’aria triste, che si rannicchia sulla sedia e fissa il diario o un punto qualsiasi. Probabilmente non è sempre la stessa. La cerco ogni volta che entro in un’aula nuova, la trovo quasi sempre. Poi mi metto a cercare gli altri, quello belloccio ma stupido, quello intelligente, la secchiona, la precisina che di solito sta al primo banco, lo strafottente che si nasconde all’ultimo.

Mi sto rendendo conto di non aver mai frequentato gli adolescenti, nemmeno quando io ero adolescente. Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti. Parlo di quegli adulti che si disumanizzano. Quelli che dopo i 35 anni,  diventano freddi, presuntosi, inconsapevoli, infantili, stizziti, nervosi, acidi, insopportabili, arrivisti, poco interessanti, antipatici.

L’uomo più piccolo e la pipì

C’era una volta la piccola Rosa,
la piccola Rosa un giorno era su un treno, affianco a lei un uomo che non le piaceva per nulla.

L’uomo che non le piaceva per nulla cominciò a toccarla. Lei ricambiò.

Ma ad un certo punto quell’uomo sembrava più piccolo, più piccolo rispetto a Rosa.
Rosa smise immediatamente di toccarlo e scappò nei bagni di un locale. Assieme a Rosa, in quel bagno, c’era una persona che aveva entrambi i sessi, era sia femmina che maschio e chiese a Rosa di aspettare.

Rosa fece pipì e uscì dal bagno, dimenticandosi di aspettare.

(Pomeriggio 12 gennaio 2015, Milano)