25 Dicembre 2015

Ciao Fede,
oggi è Natale.

Crescendo scoprirai che il Natale può essere tutto o niente, può essere troppo e addirittura può esser troppo poco.

Oggi che è Natale devo confessarti una cosa, Fede. Chi mi conosce lo sa, non sono “brava” con i bambini, non ho un grande slancio materno e non so essere affettuosa. Voi, piccoli esserini curiosi, mi spiazzate.

Sarà che non conosco ancora i tuoi limiti. Anche se, a pensarci bene, tu non hai limiti, hai solo un universo sconfinato di scoperte davanti a te, per cui qualsiasi mio gesto, per te, è una novità.
Dovrebbe essere più facile ma, indecisa come sono, vorrei darti tutto e il tutto si accumula all’uscita e si blocca.

Comunque, Fede, quest’anno sei stata tu la nostra novità. Dopo tanti anni mi ritrovo a pranzare con mia madre e i miei fratelli.  Dopo 13 anni abbiamo un motivo per riunirci, perché il Natale oggi è vedere te.

ps: la prossima volta vorrei parlarti del nonno, è giusto che tu lo conosca.

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Chi di voi sa come si fa il chiaroscuro?

Ho comprato due biro cancellabili, una rossa e una blu. Di quelle che lasciano la goccia di inchiostro che ti trascini fino alla fine del tema.
A che età si smette di usarle? Quando ci viene tolta la possibilità di cancellare?

A che età cominciamo ad usare la scolorina? L’ho sempre odiata.
Ad un certo punto ti offrono la possibilità di coprire gli errori fatti, ignorando che lo scarabocchio o la macchia di scolorina si vedono lo stesso.

A me, al Liceo Artistico, hanno insegnato a non usare la gomma, a “stare leggera” con la matita e ad aumentare la pressione del gesto man mano che si trova la forma esatta.

Oggi, nello stesso Liceo Artistico, i ragazzi non si accorgono più della differenza fra luce e ombra, sfumano, riempiono, non sanno come si fa. Non gli viene spiegato che i chiari e i scuri sono importanti, che la gomma non serve. Non gli viene detto che, allontanandosi dal disegno, quelle righe non sono errori, sono prove, tentativi, che danno forza al segno. Che danno, alla vita, l’energia per capire qual è la forma armoniosa da trovare, quella da fare esplodere e mostrare agli altri lasciandoli con quell’espressione negli occhi:  “uao”.

Due uomini, una donna, una pistola

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era tenuta in ostaggio in una stanza segreta. In quella stanza Rosa non era sola, di fronte a lei c’erano un uomo e una donna giapponesi. Di fianco all’uomo e la donna giapponesi c’era un terzo uomo giapponese, un uomo cattivo che impugnava una pistola e la puntava dritto dritto verso la coppia giapponese. L’uomo cattivo diceva alla coppia di non muoversi e loro non si muovevano.
Rosa avrebbe voluto salvarli e quindi urlava, urlava più forte che poteva ma nessuno la sentiva.

 

(Notte 07-08/01/2015, Milano)

Non era un giorno qualsiasi

Voglio raccontarvi una storia ma non posso iniziare con Era un giorno qualsiasi perché non lo era affatto.

Io e la mamma mettevamo insieme lo scenario di un presepe, con qualche giorno di ritardo. Papà stava lavando i piatti dopo aver sparecchiato. Avevamo appena cenato, probabilmente i nonni si erano già appisolati sul divano, davanti alla tv accesa. I miei fratelli non ricordo dove fossero.

Dicevo, io e la mamma posizionavamo i personaggi di un presepe, papà ogni tanto si avvicinava a monitorare la composizione e ne approfittava per sfottermi. Mi sfotteva perché da pochi giorni ero stata lasciata dal mio primo fidanzato, dopo due anni. Io di anni ne avevo 18 da pochi mesi. Erano giorni in cui piangevo molto, la scusa ufficiale era, appunto, l’essere stata piantata dal fidanzatino; in realtà in quelle lacrime ci buttavo dentro tutto, erano un modo per sfogarmi, perché, infondo, non lo amavo più neppure io e, da un po’ di mesi, non mi andava neppure di vederlo. Papà mi sfotteva e sembrava contento “È inutile, non lo trovi uno come me, io alla mamma ho sempre regalato rose rosse, il colore dell’amore è il rosso, non il blu… lascia stare, non cercarlo nemmeno un altro”.
Il suo sfottò mi divertiva e, a mio modo, ricambiavo prendendolo in giro per quel braccio dolorante che si trascinava, da giorni, come se fosse di troppo.
Ricordo perfettamente il punto che stavo fissando mentre scherzavamo. Non ricordo però il momento della prova luci alla fine dell’allestimento natalizio.

In quel periodo ero fissata con i tarocchi, un amico mi aveva prestato il libro del padre, avevo iniziato a studiare le carte e a fare qualche gioco a me stessa. Non era una serata qualsiasi, quella sera erano uscite la carta della morte capovolta, quella del carro e la ruota. Non so più in che ordine ma segnavano una fine.
Avevo messo via le carte e mi ero dedicata alla lettura del libro quando la mamma è entrata in camera dicendomi “Andiamo in ospedale”.
Mi sono alzata e ho percorso il corridoio, papà si stava infilando la giacca, il suo corpo era di tre quarti mentre il suo sguardo assente mi ha fissata per pochi secondi. I suoi occhi erano circondati da profonde occhiaie nere. L’ho osservato mentre usciva dalla porta.

La cucina era illuminata solo dalla tv e la voce di Marzullo riempiva le pareti. Sul divano il libro di medicina aperto alla voce I sintomi dell’infarto.
Non so quanto tempo sia passato, ho sentito il telefono squillare, ha risposto mio fratello, apparso non so quando dalla camera da letto. Seduta, immobile, gli ho chiesto “Allora?”. La sua voce incazzata mi ha risposto “Secondo te?”. Subito dopo mi ha detto di avvisare i nonni che lui avrebbe chiamato lo zio.
Volevamo essere forti, ci stavamo provando, in realtà non sentivamo ancora nulla.

Ho raggiunto i nonni in camera da letto, ho aperto la porta, i loro corpi si sono girati verso di me. Nella penombra ho trovato la forza di dirlo, l’ho detto senza piangere, senza un tono ben preciso, l’ho detto senza nemmeno rendermene conto “Papà è morto”.

Non era un giorno qualsiasi, non poteva esserlo, non lo sarebbe stato mai più.
Era il 12 dicembre del 2002.

Di quel Natale ricordo solo le luci dell’albero spente.

La ragazza ben vestita e il tram

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era davanti ad una vasca gigante, una vasca gigante trasparente come una piscina. Ad un certo punto, una ragazza vestita di tutto punto e ben truccata si buttava proprio in quella vasca che Rosa stava fissando. Si buttava così, vestita, truccata e con una macchina fotografica al collo. Ma i suoi vestiti, trucco e capelli non si scomponevano di un millimetro.
Rosa era seduta su un divano e guardava la ragazza nella vasca trasparente. Era un divano molto bello ma il suo desiderio era quello di andarsene.
Mentre pensava a come andarsene, attorno a lei, apparivano tanti tram, tram che arrivavano da tutte le direzioni. Rosa osservava una mappa ma era la mappa di un’altra città.
Salita sul tram, Rosa si accorse che non stava tornando a casa sua ma che il tram l’avrebbe portata dallo zio, lo zio che vive in un’altra città.

(Notte 06-07/01/2015, Milano)

Un pesce che indossava collant

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno gettò un pesce in mare. Lo gettò pensando che doveva sopravvivere fino al mattino seguente.
Rosa indossò dei collant e diventò a sua volta un pesce, un pesce che indossava collant.
Ma i collant che indossava Rosa erano troppo sottili e si strappavano subito. Rosa chiese ad un uomo di comprarle altri collanti, più resistenti, per evitare che gli altri pesci le mordessero le cosce di dietro.

(Notte 04-05/01/2015, Milano)

Il gatto nero e il bambino molto bello

C’era una volta la piccola Rosa,
una notte Rosa trovò un gatto nero, un gatto nero dolcissimo.
Lo nascose nel cassetto di una casa abbandonata. Rosa andava spessissimo a trovarlo, un po’ perché doveva portargli del cibo un po’ perché aveva paura che scappasse.

Un giorno Rosa correva fortissimo verso il gattino e, nella fretta di arrivare da lui, ebbe la sensazione di averlo schiacciato. Ma il gattino nero aspettava Rosa, come ogni giorno, nel cassetto azzurro della credenza che si trovava nell’orto della casa abbandonata.

Rosa, quel giorno, raggiunse la casa, l’orto e la credenza ma, nell’orto della casa abbandonata, c’era una festa. Rosa indossava tanti maglioni, strati infiniti di maglioni e guardava, con occhi grandi, un bambino molto bello.

Il bambino molto bello invitò Rosa a ballare, poi la prese per mano e la trascinò dietro la casa abbandonata per baciarla ma Rosa si vergognava e il bambino molto bello non la baciava più.

 

(Notte 01-02/01/2015, Milano – 2^ parte)

Il ragazzo che parlava del tempo

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno incontrò un ragazzo dalla voce bellissima. Rosa guardava quel ragazzo incantata e lui stringeva la sua mano a quella della fidanzata. La fidanzata  che aveva dei capelli neri e spessi e molte più rughe sul volto rispetto a lui.
Rosa lo ascoltava parlare del tempo e dell’età.
Ma tutt’a un tratto il ragazzo non c’era più e non c’era più nemmeno la fidanzata con molte più rughe sul volto rispetto a lui.
Erano rimaste delle scatole piene di biscotti e Rosa iniziò a divorarli a due a due.

 

(Notte 01-02/01/2015, Milano)