26 Novembre 2015

Fede, Fede, piccolo Fede,
mi hai commossa.

Sono salita in auto (come sempre dormivi) e sulle tue gambotte c’era il tuo primo libro. Un libro per gente della tua età, ovviamente. Di quelli morbidi, colorati, che fanno un rumore diverso a seconda del punto in cui li tocchi.
Ero felice di vederti, ti ho scattato le nostre prime 137 fotografie.
Sul tuo volto si possono leggere 1000 espressioni in un solo secondo.

Stai scoprendo il suono, lanci piccole urla stridule che sembrano divertirti un sacco. Ti escono così, all’improvviso, sembrano urla di gioia insensate. Noi ridiamo, sei divertente, hai delle guance buffe e cicciotte.

Caro Federico, riguardando le tue foto, a casa, ho pianto un po’. Ho realizzato che ci sei e sei sempre più presente.

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Il signore con la barba

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa dormiva in un letto piccolissimo. Un letto piccolo come lei.
Dormiva e stringeva fra le mani un telefono.
Rosa dormiva e aspettava il ritorno del signore con la barba. E mentre aspettava e dormiva, Rosa correva veloce. Veloce al punto che nessuno la vedeva correre.

(Notte 31/12/2014-01/01/2015, Milano)

Ricordami di non ricordarti

Il lunedì mattina quando la strada si riempie di passi frettolosi, quando in metro i passeggini della domenica lasciano il posto ai soliti.

A pranzo, davanti al monitor del pc.
Mentre scrivo, fotografo, cucio, cerco cose, leggo.

Quando entro ed esco dalle gallerie d’arte dopo aver scattato 2-3 fotografie alle opere ed essermi riempita la testa di perchè? .

La sera, quando torno a casa, quando sto a casa e cucino.
Quando sto alla finestra e non ti aspetto più.

La notte, nei sogni dalle brutte sensazioni al risveglio.

Non tornerai mai più.

Tornerai?
Ti ho sognato stanotte, ho sognato che saresti tornato. Eravamo in camera mia, la camera di quando ero bambina. Nei miei sogni esiste solo quella casa.
Eri diverso con me, sembrava non te ne importasse nulla. Eri tornato ma non saresti mai tornato. Eri sdraiato affianco a me, mentre dormivo, mi raccontavi del tuo lungo viaggio. Ero piccola, piccola e goffa.
Non tornare, se devi tornare senza volerlo, non tornare.

Non tornerai mai più.

Due ovaie e il conto, grazie.

Tutto ha inizio con un dolore destabilizzante che ti trascina in un’altra dimensione. La sensazione che si prova è quella di una sconfitta. È impossibile reagire per cui ci si abbandona al dolore. Ci si assenta dalla realtà.

Si entra, poi, in una fase di apatia durante la quale non si ha alcun desiderio. Non si soffre, non si avverte il vuoto. Forse la fase più forte, le giornate migliori.

I giorni successivi saranno un’altalena di umori che varia da mattina a sera, spesso anche nel giro di poche ore.
E in tutto questo non sto considerando il lato prettamente fisico: dolori, perdite, brufoli, gonfiore, insonnia, stanchezza.

Essere donna è una gran rottura, devi gestire tutto quello che ti succede.

Non è stato facile starmi dietro ma l’ho fatto, ho segnato (per due mesi) tutte le mie variazioni d’umore, giorno per giorno, iniziando dal 1° giorno del ciclo (per chi non lo sapesse, coincide con il primo giorno di mestruazioni).

Ovviamente non ho appuntato tutti i fattori esterni che avrebbero potuto “condizionare”, in qualche modo, l’umore di quel momento. Non l’ho fatto perché, il più delle volte, penso sia l’umore interno a condizionare i fatti esterni e non il contrario.

Ed ecco a voi il mio mese:

1.    dolore forte – tristezza/abbandono
2.    pianto – irrequietezza- sconfitta
3.    stabile
4.    serena – apatia
5.    serena  – rabbia – desiderio
6.    nervosa – triste – stanca
7.    tristezza infinita
8.    stabile
9.    tristezza
10.    serena
11.    confusa – ansiosa – pianto
12.    piena di energie – positiva
13.    stabile
14.    triste – molto nervosa – pianto
15.    stanca – triste – desiderio
16.    desiderio – apatia
17.    apatia – paranoia
18.    serena
19.    triste – assente
20.    triste – assente
21.    nervosa – triste – nessuno mi ama
22.    pianto isterico – nessuno mi ama
23.    serena
24.    malinconica
25.    molto triste
26.    allegra
27.    ho bisogno d’affetto
28.    triste – malinconica
29.    serena
30.    cinica
31.    serena

Lo sapevamo già, il 31 finisce tutto.

Ho chiuso e riaperto quell’armadietto almeno 360 volte, in 6 mesi, ieri l’ho lasciato aperto, ho restituito la chiave e me ne sono andata osservando la fila di armadietti vuoti. Non lo amavo particolarmente, era molto umido e la divisa era impregnata della sua umidità ma era comodo.
Le ultime due settimane, prima di lasciarlo, Milano mi ha regalato un sole tiepido e primaverile. Come sia possibile godere del sole primaverile ad ottobre non me lo spiego, ma ho avuto la sensazione che fosse un reflusso d’inizio. Non so come definirlo, un ritorno all’inizio, un inizio poco prima della fine.
Per cui era di nuovo primavera, il sole caldo, l’abitudine che mi si era appiccicata addosso negli ultimi mesi era svanita. Mi ritrovavo a fianco volti che (ri)scoprivo per la prima volta. Per la prima volta scoprivo i loro interessi, i loro vissuti, la provenienza.
E dire che il primo giorno ho pensato “Siamo in troppi, non imparerò mai i loro nomi”, poi li ho imparati tutti ma ne ho conosciuti bene pochissimi, forse uno o due. Sarà stata la presunzione dell’abbiamo 6 mesi di tempo per conoscerci ma mi sono accorta solo negli ultimi 15 giorni che di molti di loro mi mancavano dei pezzi importanti e, in quest‘inizio pre fine, li riscoprivo uno ad uno, mi legavo a loro, mi affezionavo, li vivevo al di fuori.
Durante le due settimane di inizio pre-fine molte cose sembravano proprio come all’inizio, la saletta relax era stata svuotata dai distributori, i soldi nel cassetto, i turni non più regolari. Il vuoto tornava a farsi presente.
Era facile pensare che sarebbe arrivata la fine, il 31 ottobre.
Lo sapevamo già, il 31 finisce tutto, il contratto finisce proprio il 31, non un giorno di più. Poi qualcuno aveva messo in giro la voce che avrebbero prolungato di qualche mese, ovviamente non poteva essere vero. Lo sapevamo, sarebbe finita.
Era semplice così, era semplice e complicato insieme.
Era comodo così, fissare la data. Infondo sapere già la data di scadenza ti permette di non illuderti e non darti aspettative, ti permette di chiudere. Una scadenza non lascia spazi. Non c’è la delusione di una fine improvvisa. Tutto accade in quel periodo, inizia e finisce.

Quell’inizio, assaporato a pochi passi dalla fine, è stato il tempo che mi ha permesso di godere dei sei mesi appena trascorsi, di sgranchirmi le gambe, di guardarmi allo specchio e vedermi stanca. Mi sono vista urlare ai clienti, rispondere male ai maleducati, ho difeso il mio lavoro e quello dei miei colleghi, ho difeso 6 mesi di stanchezza, li ho difesi con l’isteria e con le unghie. Quel pre-fine mi ha permesso di smaltire ogni incazzatura. La sfiducia nella società, purtroppo, si è fatta intensa convinzione.

Mi dispiace pensare che il visitatore medio non sia riuscito a decifrare neppure la mappa, che la stragrande maggioranza delle persone ancora protesta perché il biglietto l’ha pagato 39 e non 34 euro. Mi dispiace vedere che maneggiate smartphone e tablet ma non sapete compiere nemmeno un millessimo delle azioni che potreste compiere con quegli oggetti. Mi dispiace perché il livello di attenzione medio non supera i 5 secondi (e non esagero). Mi dispiace perché avremmo potuto crederci tutti insieme, fin dall’inizio, ma era più facile annunciare il flop, ancor prima dell’inizio, per poi approfittarne dell’ondata una volta divenuta moda.

Mi dispiace perché dell’expo non avete capito un cazzo.

1 Novembre 2015

Ciao Fede,
ieri sono arrivata a Bergamo alle 17 in punto, tuo padre è venuto a prendermi in stazione, mentre camminavo verso l’auto pensavo chissà se vedrò subito Federico.

C’eri anche tu in auto, dormivi nel tuo ovetto e io mi sono seduta di fianco a te, per guardarti fino a casa.
Da subito mi sono accorta che i tuoi capelli, nell’ultimo mese e mezzo, erano diventati biondi. Quando poi hai aperto gli occhi, li ho visti meravigliosamente grandi e verdi; hai sorriso a tuo padre, poi mi hai guardata e ti sei fidato del mio volto inebetito di fronte alla tua bellezza.
Siamo stati insieme poche ore, hai giocato, hai pianto, hai mangiato, hai riso mentre facevo versi strani con un elefantino di peluches. Ti sei disperato negli ultimi minuti prima di attaccarti al biberon pieno di latte. Io ridevo, mentre piangevi ridevo tantissimo. Vedere che ti disperi per “nulla” mi fa ridere di gusto, scusa Fede.

Ammetto di averti “usato” come pillola del buon umore, dopo sei mesi di fatica e stress accumulato male, sapere di vederti mi riempiva il cuore.
Purtroppo però dura sempre troppo poco.

Caro Federico, ormai vivo nella consapevolezza che non sarà mai abbastanza ma è importante, è importante riempire le proprie giornate d’amore, amore verso gli altri, verso se stessi, verso qualcosa, che sia arte, cinema, che siano libri, è importante respirarlo ogni secondo, è importante com’è importante piangere per “nulla”.