31 anni

Oggi compio 31 anni.
Ho la stessa espressione di Buster Keaton che cammina, con un ombrello aperto ma troppo spostato dal corpo, sotto la pioggia.
La mezzanotte di questo trentunesimo 24 settembre è schioccata mentre ero su un treno (in realtà sono nata alle 12 e 25 del mattino).
Nelle ultime ore non ho fatto altro che pensare che il 31 ottobre scadrà il mio ennesimo contratto di lavoro. Ho poi fatto una sintesi di tutte le esperienze lavorative accumulate.
Non credo di avere una reale esperienza in nulla, negli ultimi 15 anni ho cambiato tanti lavori, nessuno di questi sembrava essere il lavoro della mia vita. Negli ultimi 15 anni (a parte un paio d’anni di buio) ho lavorato tantissimo, talmente tanto che vorrei dire Basta! Non lavoro più! E poi sedermi, braccia incrociate, broncio ed aspettare pane e nutella.

A scuola sono sempre stata brava, fin troppo. Ricordo un solo voto basso,  un 6, interrogazione di chimica al secondo anno di liceo. Ho preso 6 perché il giorno prima non avevo aperto il libro e il giorno dell’interrogazione non avevo nessuna intenzione di concentrarmi. Ma a pensarci bene dev’essere successa una cosa simile anche alle medie, durante un’interrogazione di francese.

Ero brava, quasi perfetta, nulla da dire. I miei genitori andavano agli incontri con i docenti e quando tornavano non mi dicevano nulla, non c’era nulla da dire.
Insomma, le scuole sono state, pressappoco, una rottura di palle. La spensieratezza degli adolescenti non mi è stata data, nemmeno tutta questa grande intelligenza, semplicemente ero brava ad ascoltare.

Alle superiori ho iniziato a prendere qualche borsa di studio che mi permetteva di pagarmi le uscite e le vacanze estive. Mio padre non pretendeva che lavorassi, andavo bene, non chiedevo soldi e non avevo ancora un fidanzato.

Il mio primo lavoro è stato il più traumatico, non tanto per il lavoro, quanto perché, da brava quindicenne, stavo attraversando un periodo decisamente difficile. Difficile quanto incosciente. Pesavo poco più di 40 kg, volevo morire, facevo la cameriera in una pizzeria. Correvo a destra e sinistra, mi scottavo le dita, mi facevo trattare male dai clienti.

La seconda esperienza è stata molto più serena, ho lavorato in un negozio di dolciumi per la festa del torrone, breve ma intensa.

Non ricordo altri lavori tra la fine del liceo e il primo anno di Accademia, sicuramente appena iscritta ho iniziato al bar, venerdì, sabato e domenica sera.
Il mio primo caffè, i miei primi cocktail, i primi marpioni.

Dopo 3 anni sono passata ad un altro bar per pochi mesi, poi un altro locale e una libreria-caffetteria. Durante gli ultimi due anni di università facevo due lavori, libreria nel pomeriggio e birreria la sera. E mi pagavo viaggi e il mio primo appartamento da sola.

Un anno dopo la fine degli studi ho iniziato la ricerca di qualcosa di più “serio”, risultato?
Promoter per Sony, promoter per Barilla, promoter per Bosch (vestita da babbo natale), promoter per 3. Senza dimenticare i soldi buttati via per un corso in visual merchadising che non è servito a un cazzo.

Dopo un paio di mesi, durante i quali ho prestato servizio civile in una casa di riposo (esperienza molto forte e coinvolgente) ho iniziato a lavorare come arredatrice-visual per Mondo Convenienza. Un bel lavoro, non troppo bella l’azienda.

Esattamente l’anno dopo, alla scadenza del contratto, sono iniziati i due anni peggiori (dal punto di vista lavorativo) della mia vita.
Tanti, davvero troppi, colloqui di lavoro in tutta Italia. Non ne passavo uno.
Addirittura 5 colloqui per Ikea che si sono persi nell’agenda della responsabile visual di Pescara, dalla quale aspetto ancora notizie.

Presa dallo sconforto ho deciso di puntare dritta al suicidio, armarmi di coraggio e rischiare la strada della partita iva.
Dopo due anni di fatica e tanti pianti, dopo un paio di trasferimenti fra il nord e il sud e poi di nuovo nord, ho deciso che dovevo spostarmi a Milano perché Milano era l’unica città nella quale avrei trovato ciò che realmente volevo fare.

6 mesi di ricerca ed eccomi a Milano.
Iniziavo il mio primo lavoro nel favoloso mondo della moda, ero un profilo H&M a quanto pare! Per le prime 3 settimane pareva che stessi per diventare manager da quanto ero intelligente, gli ultimi 3 mesi, invece, non ero più in grado di piegare una maglietta, ma forse era la prima scusa valida per dirmi Ciao! dopo 6 mesi di stipendio.

Ancor prima di concludere l’esperienza in H&M mi sono data 20 giorni di tempo per trovare un altro lavoro, perché da Milano non me ne volevo proprio andare.
Per cui staccavo da H&M, curriculum sotto braccio e setacciavo la città. Poi tornavo a casa e iniziavo l’invio compulsivo di mail e candidature.
In quei 20 giorni continuavo a lavorare, cercavo lavoro e facevo prove non retribuite (ho provato dalla gelateria automatica, al ristorante vegano, all’ hamburgeria).
Le uniche speranze arrivavano da Expo, dove ho “rischiato” di lavorare per Oviesse. Peccato che l’agenzia che si occupava della selezione (senza fare nomi, Adecco) ha sbagliato i calcoli e mi ha, letteralmente, distrutto la possibilità di avere un curriculum coerente e lineare.

Alla fine, in Expo, ci sono arrivata lo stesso ma non mi occupo né di ristorazione, bar o caffetteria, né tanto meno di libri o di piegar vestiti. In Expo prendo insulti dai visitatori contro-expo che però decidono di venirci lo stesso, do informazioni, rispondo a domande assurde e faccio biglietti.

Sono sicura di aver dimenticato qualcosa, ho comunque evitato di approfondire ogni singola esperienza, ci sarebbe ancor molto da dire.
Ad ogni modo, oggi, ho un solo desiderio: vorrei tornare all’età del liceo, a quando gli amici più grandi mi chiedevano “Cosa vuoi fare da grande?” e io rispondevo “L’artista”.
Vorrei tornare indietro per dirgli che si sbagliavano, sbagliavano a dirmi “Ma che cazzo dici? Di arte non si vive, non potrai mai fare l’artista!” perché, a conti fatti,  io non sto vivendo dei vostri lavori di merda che cambiano ogni 6 mesi, non vivo nemmeno dei vostri stupidi quanto inutili colloqui. Non vivo nemmeno nelle 10 versioni di curricula che ho buttato a caso, in cartelle ordinate, del mio pc.
Non vivo quando mi alzo la mattina e penso che passerò 6 ore del mio tempo a darvi retta e fare una cosa verso la quale non ho nessun interesse.

Ma se vivo ancora è grazie all’arte.
Buon non-compleanno, a voi.

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