Il negativo

Riempitevi le giornate fitte fitte di cose da fare. Fate in modo che ogni cosa sia importante e assolutamente necessaria. Riempitevi le giornate fino a scoppiare, fino a non concedere tregua ai pensieri neppure nel sonno. Riempitevele allo sfinimento, fino a non avere la forza di sognare. Riempitele e sentitevi stringere, come vi stringe una giornata calda, seguita da una nottata altrettanto calda, che si ripete per settimane. Riempitevi ogni respiro, fate in modo che quel corpo che si sveglia, nudo, bollente, in mezzo a lenzuola umide di sudore, non abbia tregua né possibilità di rilassarsi. Riempitevi i secondi mentendovi, raccontandovi la favola che vi vede forti e invincibili. Non concede spazio a nessuno, se lo fate, fatelo contandone ogni millimetro in rapporto al tempo.
Poi svegliatevi, una mattina a caso in cui si sente un po’ di vento, con la sensazione che quel caldo che vi stringeva vi stia per lasciare, avvertitene la possibilità di una perdita imminente.
Camminate pensando che quell’aria provenga dal mare, ignorando che siete a chilometri di distanza da esso.

Infine concedevi la tregua. Contraete i muscoli il più possibile e lasciateli andare. Scaricate tutto, perdetevi. Recuperate ogni angoscia, sguazzateci dentro, fregatevene del positivo, sentitevi nella realtà. Ed ora non vi resta che ammetterlo: quel riempirsi di cose non serve a un cazzo.

 

ps: il titolo serve a scoraggiare gli ottimisti
nb: rimedierò, alla prossima luna, scrivendo “il positivo”

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Sei la fotografa?

Sabato mi sono spogliata della maglietta expo ed ho indossato due macchine fotografiche con vari flash, caricatori, doppie batterie e memory card.
Ho indossato anche un paio di scarpe comode ed un vestito semplice, nero, che un’invitata, a metà ricevimento, mi ha confidato essere trasparente (proprio sul culo)  “No ma stai bene eh, però si vede tutto”.

La giornata di matrimonio si può suddividere in piccoli capitoli, la storia è sempre la stessa (almeno per quel giorno). Arrivata al capitolo Chiesa ho parcheggiato l’auto, preso l’attrezzatura, indossato un copri spalle e sono entrata sperando di trovarvi un po’ di fresco. Non essendo credente non partecipo a nessun gesto che solitamente si compie quando si entra e durante le funzioni. Però le chiese mi piacciono, guardo con piacere la loro architettura (ho le mie preferite) e adoro il profumo dell’incenso. Inoltre penso che, nonostante tutto, nei luoghi di preghiera si condensi una sorta di energia positiva, per cui entrarvi non fa male. Mi piace anche osservare la gente assorta in preghiera, le poche volte che si incontra qualcuno che lo fa.

Tornando a sabato, avevo appena appoggiato l’attrezzatura (solitamente mi metto a sinistra dell’altare), il prete mi si avvicina e mi porge la mano chiedendomi “Sei la fotografa?” e poi mi investe con una raffica di raccomandazioni del tipo  “Scegli un lato dell’altare e non girare. Durante la predica stai ferma senza far nulla.”, aggiunge un “Grazie.” imperativo, rispondo con un “Grazie mille.” a denti stretti e mi domando che tipo di frustrazione abbia.

Faccio la brava e rispetto quasi tutte le raccomandazioni, durante la predica mi fermo, seduta in prima fila, sempre sul lato sinistro dell’altare. Mentre osservo il soffitto penso Sentiamo cos’ha da dire, magari qualcosa di interessante riesco a coglierla. Non capita spesso, lo ammetto. Il più delle volte, com’è ovvio, le prediche parlano di rispetto, famiglia, litigate fra coniugi, di quanto sia importante andare a messa e via così. Neppure questo sabato ci hanno risparmiati ma Ok, è un matrimonio, però questa volta era iniziata benissimo, talmente bene che ho deciso di prendere appunti e di scriverci un post:
 “La bellezza ci coglie nella nostra vita e ci smuove. Dobbiamo fare nostra questa bellezza e farla entrare nel nostro cuore, solo così si realizzerà ciò che abbiamo scelto”.

Non credo di dover aggiungere altro.

Mi hanno chiesto di parlare dell’assenza

In 30 anni ho vissuto in 10 case, per vissuto intendo che le ho abitate per più di un anno. Solo due o tre di queste mi capita di sognarle, sogno di dormire, ad esempio,  nell’ultima casa in cui ho vissuto con mio padre. Sogno spesso di ritrovarmi ancora in Puglia, in assoluto la casa più piccola e brutta in cui ho vissuto. Lo chiamavamo “bunker”, era un seminterrato piuttosto buio ma aveva una cosa che nessun’altra delle mie case (e di quella di molti) aveva: era vicino al mare. Per vicino al mare intendo che più vicino di così sei nel mare. L’unica finestrella presente non si affacciava sul mare ma ne arrivavano rumori e suoni (nelle giornate di scirocco anche il profumo). Soprattutto la notte, sentivo tutto. Ho dormito per mesi ascoltando il mare, alcune notti mi ha perfino spaventata. Mi invidio da sola a pensarci.
Chissà chi ci vive adesso, mi capita spesso di sentirmi ancora lì. Vi sembrerò matta, ma dev’essere rimasta qualche mia particella da quelle parti… così come ne è rimasta qualcuna nella casa di mio padre. È come se ci fosse ancora un collegamento fra me e alcuni posti, mi viene da chiedermi se qualcuno mi vede ancora passare.

Giorni fa, tornando dal lavoro, a metà pomeriggio di un pomeriggio molto caldo, all’inizio della stradina che mi porta verso casa, ho trovato una sedia.
Era quasi in mezzo alla strada, sola, sembrava lì per qualcuno. Non l’ho toccata né sfiorata di un millimetro. Ho scattato una foto, le ho dato un titolo “ti aspetto qui”. Intorno a lei Milano, i palazzi, il caldo, qualche macchina, la sua ombra. La seduta libera e liscia, sembrava nuova. Guardandola ho pensato all’attesa, al vuoto, all’assenza.
Ma mi sbagliavo, dopo un’ora ho ripercorso la stessa stradina in direzione opposta, non c’era più.

Stamattina passerò dalla stessa stradina e, arrivata al punto sedia, sarà naturale pensare alla Sedia.

3 luglio 2015

Ciao Federico,
venerdì ci siamo rivisti, per la terza volta dal 12 maggio.

Nei giorni precedenti ho girato qualche negozio nella speranza di trovare il regalo giusto per te ma più cercavo e più mi rendevo conto di quanto sia difficile fare un regalo ad una persona che non si conosce.
Un amico, ad un certo punto, deve avermi detto “Ha un mese e mezzo tuo nipote, prendigli una cosa qualsiasi, non se lo ricorderà nemmeno che gli hai fatto questo regalo”, ed io ci penso da tanto a questa cosa, questa che non ti ricorderai dei nostri primi incontri, che per me sono così importanti.
Ho pensato quindi di scriverli, in modo che tu possa rileggerli quando sarai grande e decidere cosa farne.

Sono arrivata da te venerdì, verso le 19, c’era un cielo blu da temporale e un’arietta rinfrescante. Ti ho portato un body della disney azzurro, con su una tartaruga e un pesce giallo che pare siano molto amici.
Sono entrata in casa e stavi mangiando sul divano. In quest’ultimo mese ho ricevuto solo foto di te con gli occhi chiusi ma, dopo aver mangiato, tua madre ha pensato di piazzarti fra le mie braccia: per la prima volta ho avuto la percezione del tuo corpo e di quanto fossi minuscolo, per la prima volta ho visto i tuoi occhi, ancora blu, spalancati.
Ovviamente ero piuttosto imbranata, ho pensato Peserà quanto la mia nikon F e invece eri già quasi 4 kg. Il tuo corpicino compatto ha pesato soprattutto sulle mani. Poi ho cominciato a parlarti, col mio solito tono, ti ho detto che da grande io sarò quella che si preoccuperà di capirti, assecondarti e farti divertire.
Ti ho detto che tuo padre ti sparerà una raffica di “No” ma che non devi preoccuparti perché la zia potrà compensare con dei “Si”, tanti “Si”.

Ti ho fatto tante foto per ricordarmi di te ma è davvero difficile riuscire a riassumere in un’unica immagine il tuo volto. Non mi era mai successo, non riesco ancora a definirlo, i tuoi lineamenti non mi restano in testa, cambiano troppo velocemente, sei pieno di espressioni nuove, non ti si capisce ancora.

Dopo cena sono ripartita, in autobus, verso Milano.
A Bergamo diluviava e io sono salita sull’autobus e ho pianto un pochino.
Ho realizzato da poco che potrò amarti per sempre.