Storie di abbracci tanatosici

Come si chiama quell’animale che se lo tocchi si blocca, come se si paralizzasse?
Ho in mente questa immagine, un animale che di fronte al pericolo si blocca, ma non riesco a focalizzare l’animale. Forse è un insetto.
Un amico mi ha inviato un’immagine a riguardo, mostra un rettile in uno stato di tanatosi, a quanto pare questo stato comporta l’irrigidimento totale del corpo in seguito ad una situazione di pericolo o come semplice reazione da contatto, al fine di simulare uno stato di morte.

Mi sono vista così, in ben due occasioni, questa settimana.
Questi due felici episodi hanno una cosa in comune: un abbraccio.

Vi descrivo il primo, al lavoro: lunedì mi hanno comunicato che mi avrebbero spostata in un’altra sede, martedì ho salutato tutti, mercoledì cambio di sede ma, a seguito di un triste avvenimento del quale vi parlerò (forse) in futuro, giovedì rientro (a sorpresa) al posto di prima. Giovedì mattina, quindi, sto camminando verso la mia postazione e incrocio una collega (che non sa nulla del mio rientro) le dico “Non vado più via!”, mi salta al collo, mi abbraccia fortissimo e mi dice che è felice.
Ok, per me che sono sulla via dell’afefobia (termine scoperto due minuti fa) è un evento straordinario ma lo è ancor di più se pensate che per i primi 5 minuti di lavoro insieme (circa un mese fa ormai) ci siamo odiate e, ancor di più, se pensate che lei è la classica russa col carattere duro e scontroso (verso tutti, almeno per i primi 5 minuti).

Il secondo episodio: due passi, un caffè e tante parole, con una persona che fino a pochi giorni prima conoscevo solo tramite social network, che avevo intravisto di persona, del quale avevo da poco sentito la voce. Una persona molto affettuosa, prima di salutarmi mi ha abbracciata, me l’ha anche detto “Ti abbraccio”.

In entrambi i casi la mia reazione è stata l’immobilità quasi totale, mentre mi abbracciavano mi chiedevo “Come si fa? Che devo fare? Sentirà che sono fredda? Penserà che non lo/la voglio abbracciare! Ecco, ho fatto una figura di merda! Non ho stretto abbastanza! Avrei dovuto lasciarmi andare, ci sarà rimasto/a male! Non posso più rimediare, sono una brutta persona. Anaffettiva! Ho rovinato tutto. Non mi abbraccerà mai più. Non riderà più con me. Non lo sentirò più.”

Negli ultimi mesi ho incontrato solo persone rivolte a se stesse, che mettevano il proprio lavoro, la propria passione, la propria vita, i propri cazzi, prima di ogni rapporto affettivo.
Non le ho mai giudicate, mi sono sentita dire da tutte queste persone la stessa cosa: ora devo pensare a me stesso/a, a fare solo ciò che mi fa star bene e mi dà motivo di alzarmi la mattina. Voglio stare solo/a.

Fra queste persone ci sono anche io, lo dicevo e lo dico ogni giorno a me stessa e, mi accorgo solo ora, lo ripeto agli altri.
La cosa triste è che, nel ripiegarmi in me stessa, mi sto perdendo per strada un paio di abbracci.

PS: Ho notato che il mondo si è tinto dei colori dell’arcobaleno, ci terrei a dirvi, visto che in questo post si parla di affetto, che molti altri paesi, già da mesi, hanno approvato i matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Vi comunico inoltre che i colori dell’arcobaleno li ho sempre odiati, che del matrimonio non me n’è mai fregato nulla, che sarò felice quando non sentirete più il bisogno di comunicare che amate o scopate gente del vostro sesso o di quello opposto.

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Sicuramente, io e te (probabilmente per colpa mia) non ci siamo proprio capiti

Potete chiedere ai cinesi di rimettersi a cucinare cinese?
Ché da quando si sono messi a cucinare giapponese si spende di più e a me, di tanto in tanto, vien voglia di riso alla cantonese, vorrei poterlo mangiare a due lire come un tempo.

Poi, cortesemente, dovreste smetterla di usare i tram per farvi party, serate, aperitivi e quant’altro… usateli per spostarvi, usateli per pensare, usateli per parlare con qualcuno ma non ricopriteli di pubblicità e colori osceni ché come li conciate stanno proprio male.

Fatevi dire anche che se non me le comunicate, le vostre intenzioni, io ci metto un po’ a capirle… Non sono molto brava a leggere certe situazioni, sarà (sempre) colpa della mia bassa autostima o colpa del fatto che, quando vuoi che una situazione evolva in un certo senso, sei accecato da questo e non vedi la direzione disastrosa che, in realtà, sta prendendo.

La sintesi di questa settimana è che se dovessi fare una media fra i vostri atteggiamenti buoni e i vostri atteggiamenti pessimi, questi ultimi (ahimè) supererebbero di gran lunga i primi. Per questo motivo, da questa settimana, in modo del tutto spontaneo, sono diventata un po’ più stronza pure io (per alcuni “ancor più”).
Colpa sia del lavoro (e sull’expo, a fine ottobre, vi vomiterò in faccia tutto ciò che penso e che sto accumulando dei vostri stupidi modi di fare e vivere) sia della vita privata.
Vi ricordate quando vi ho chiesto “cosa significa sei una bellissima persona?”, sapreste dirmi come si fa a passare da bellissimi a stronzi?
Ditemelo, ve ne prego. Spiegatemi lo scatto. O ancor meglio, spiegatemi con che coraggio lanciate definizioni positive che, entro pochi mesi, si trasformano nell’esatto opposto.

Dovete imparare a usare le mani come mani, la bocca come bocca, gli occhi come occhi e il cervello, per quanto possibile, sfruttatelo. Non siate pigri, sforzatevi di avere atteggiamenti coerenti, sforzatevi di capire, comunicare, ed eseguire in maniera corretta un’azione.
Cercate di distinguere i simboli che vi trovate davanti, anche in situazioni d’emergenza come la pipì: se i due omini si tengono la mano significa che siete vicini ai bagni, se i due omini sono chiusi in una scatola con una freccia che sale state pisciando in ascensore.

ps: il titolo è una mia frase, “rubata” ad una lettera spedita pochi giorni fa, non so se abbia attinenza con il post, se non per il fatto che segue il vostro modo di vivere ad minchiam.

Baci.

E sono bravissima a rimanerci male.

8 febbraio
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Questa sopra era la bozza del post di questa settimana ma sono obbligata a cambiare discorso.

Poche ore fa passavo, in tram, da piazza XIV maggio e pensavo (che coincidenza) che quella piazza per me è legata a un ricordo ben preciso: marzo, sole, molto vento, uno scrittore che mi aspettava con 90 pagine di poesie in mano e che mi diceva “per il parco fa troppo freddo, andiamo a berci un caffè”.
E poi due ore al Mag, ad ascoltare tutto quello che le sue poesie avevano da dire, forse anche di più. Poi un pranzo a casa sua (e lui cucina benissimo) poi sul divano, davanti alla tv, a ridere per un documentario di un pazzo che era finito nella valle dei serpenti. Poi da Tigotà per 3 flaconi di detersivo scontati e in erboristeria per le gocce di biancospino (per me, che in quel periodo ero vittima di un’ insonnia profonda)
Di lui mi è rimasta la passione forte per il mare, quel senso di famiglia, di sud, che solo chi è del sud trasmette con tanto amore e i suoi racconti e le sue poesie stampante.
Non sapevo perché mi cercasse, ero convinta di non piacergli ma mi faceva piacere, ero contenta che volesse condividere con me ciò che scriveva.
Poi un paio di incomprensioni via whatsapp, frasi sentite da altri e valutate male e fine dei giochi. Freddezza, distacco e in ultimo (ma non meno importante) sparisce dai miei contatti facebook.

Arriviamo al sodo perché i dati (mi) dimostrano che quando scrivo troppo non mi leggete.
Negli ultimi giorni sono stata accusata di superficialità nei rapporti, alcune persone verso le quali provo sicuramente molto affetto, mi hanno detto in modo chiaro che sembra che non m’importi nulla di loro (e di nessuno).

Ci tengo a dirvi che non avete capito un cazzo di me: conosco i limiti di ogni rapporto e vivo il rapporto di conseguenza. Ma nonostante io dia l’impressione di vivere nella mia dimensione, di ognuno di voi mi resta il meglio. Non sono brava a trovarvi i difetti (No mamma, anche se critico tutti, i difetti sono all’ultimo posto in ogni persona che frequento!) ma sono bravissima a lasciarmi affascinare dalle vostre passioni, dai vostri interessi, dal vostro, che è solo vostro, modo di fare.

E sono bravissima a rimanerci male.

Ciao.

Non ci credo che vi guardate negli occhi mentre parlate

Non ci credo che vi guardate negli occhi mentre parlate. Soprattutto se vi siete appena presentati.
No, non ci credo che vi guardate negli occhi se non siete innamorati. Avete deciso così, avete deciso che guardarsi negli occhi è un atto d’amore. Avete tolto a tutti gli altri rapporti la possibilità di essere chiari e dichiarati fin dal principio.
Avete negato la possibilità di capire, veramente, cosa vogliamo dall’altro.
Guardarsi negli occhi suona mieloso, sembra inutile.

Vorrei trovare un altro modo per dirlo e uno per farlo. Vorrei iniziare a guardarvi negli occhi per capire prima quanto siete vuoti, per capire quanto siete stronzi, per capire subito che le vostre intenzioni sono totalmente dissociate dalle vostre dichiarazioni o auto-definizioni.

Double Bind

Ciao Daniela,
volevo dirti che me ne vado.
Ti lascio tutto ciò che ho, puoi utilizzarlo se vuoi, a me non serve più.
Ti chiedo di non soffrirne, non avrebbe senso.

Sono molto stanca, ho cercato di riempirmi in ogni modo, ho cercato di occupare il tempo, ogni istante del nostro tempo. Il mondo scivola troppo velocemente e la mia ansia di viverlo è diventata un peso. Un peso insostenibile.

Vorrei che la colpa fosse mia, della mia incapacità di amarti ma non è solo questo.
Non sopporto più nessuno, Daniela.
Non sopporto di esser circondata da formichine rumorose. Formichine cieche, prive di ogni curiosità e desiderio. Corpi asciutti, privi di passioni, privi della voglia di “perder tempo” per entrare, toccare, guardare, assaggiare, ascoltare.
Non sopporto più la vista di quei corpi privi dei piedi e dell’incapacità di muoversi. Corpi bloccati che sorridono senza comunicare, bocche incapaci di esprimersi.

Daniela, ti lascio.
Non riesco a vivere di grigio e ocra. Non riuscirei a vivere senza il rosso o il blu. Non voglio vivere su una scala a chiocciola che non ha né fine né inizio.

Daniela, io vado.
Non aspettarmi sveglia.

D.