Le chiamo così, le cose da vivere.

Sono in ritardo,
devo scrivere.

Oggi, venerdì, è il mio unico giorno libero dal lavoro, il mio unico giorno interamente dedicato a me stessa, in teoria. In teoria perché in pratica dovrei dedicarlo a pulire casa e fare lavatrici. Ma il venerdì mattina capita che sono distrutta e vorrei dormire fino a tardi, allora mi sveglio verso le 8 sbuffando, trascino il mio corpo giù dalla scaletta del mio letto a soppalco e mi dirigo in cucina, con gli occhi ancora chiusi preparo il tè e prendo il barattolo della marmellata.
Il barattolo nuovo che mi fa sentire che non ho forza nei polsi e mi fa pensare, al solito, ecco a cosa servono gli uomini. Poi mi ricordo che proprio un uomo mi ha insegnato un trucchetto per aprirlo senza troppa fatica. Apro il barattolo, immergo il cucchiaino, poi cucchiaino e fetta biscottata, poi cucchiaino in bocca e mi incazzo perché la marmellata del supermercato non sarà mai come quella fatta in casa. Poi mi siedo e accendo il pc. Leggo il mio oroscopo di Brezsny con un giorno di ritardo, mi dice che sono pronta a un diluvio di bellezza, verità e aiuto, vorrei rispondere che sarei pronta per un paio d’ore di massaggi e un tuffo nel mare.
Penso al mare, all’aria del mare e mi ricordo che devo chiamare quel gallerista per andare a vedere la galleria, oggi pomeriggio, dopo il parrucchiere.

Lunedì avrei voluto raccontarvi del “workshop di scrittura” al quale ho partecipato giovedì scorso. È previsto che io mandi loro un testo per l’appuntamento successivo ma questa settimana sono in super ritardo, per cui vi farò leggere direttamente il testo, fra qualche giorno.
Ieri sera ho pensato, invece, che dovrei dirvi di quanto sia importante passare del tempo con se stessi. Spesso mi sento dire “fai tantissime cose, come fai?” e non so cosa rispondere, a me viene in automatico: segno sulla mia agenda le cose che vorrei fare e le faccio.
Non aspetto nessuno, non chiedo niente a nessuno, se una cosa mi interessa è sicuramente segnata nella lista delle cose da vivere. Le chiamo così, le cose da vivere.
Per cui fatevi la vostra stramaledettissima lista di cose da vivere e non chiedete a nessuno di accompagnarvi a far nulla, perché la dovrete vivere prima di tutto da soli! Se capita di condividere condividete ma è importante viversela e gestirsela da soli quella lista.

Il motivo per cui è importante ve lo spiego lunedì, assieme al testo per il workshop, sarà un testo incazzoso e lamentoso ed ho bisogno della giusta dose di energia per scriverlo,  la giusta dose di energia che oggi manca.

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Acqua calda e tè bianco

Avete mai bevuto il tè bianco?
Lo sto bevendo adesso, non uno dei più pregiati, anzi, ma il suo essere tè bianco si sente tutto.
Ho sentito persone dire “Il tè non mi piace, è acqua sporca, preferisco il caffè!”
come se si dovesse per forza scegliere, o sei caffeinomane o teinomane, non possono piacerti entrambi e guai! se non ne bevi nessuno.
Tornando al tè bianco, chissà se chi la pensa così (la storia dell’acqua sporca) ha mai assaggiato il tè bianco… perché, se non riesce a sentire il sapore del tè nero, mi domando come possa sentire il sapore del tè bianco?!
Il tè bianco è talmente delicato, nel nome, nel colore, nel sapore, che quasi rilassa. Davvero, dovreste provarlo!
Non è il tè nero che sveglia, né quello verde che è talmente amaro da lanciarti una scossa, né  come quello rosso, così ligneo e caldo… no, il tè bianco è bianco.

Mi sono messa a riflettere sulla mia tazza di tè bianco solo perché mi sto rendendo conto (mi è successo anche un’ora fa) che in certi momenti sono un po’ come una tazza di tè bianco.
Ma lo sono proprio fisicamente: un contenitore comodo, pieno di acqua calda e argentata, dal gusto piuttosto tenue.
Sapete quando? Quando qualcuno urla contro di me, quando qualcuno mi aggredisce, quando qualcuno si sfoga, quando chi fa tutto ciò si sfoga (a torto) contro di me.
Solitamente rispondo con calma e, il più delle volte, l’isterico/a di turno continua ad urlare. Infine tento, una seconda volta, di calmare la bomba impazzita che mi trovo di fronte ma nulla, mi giro e me ne vado.
Vado via, senza urlare, senza lasciare un sapore troppo forte, scivolando, pallida, esco.
In quel momento faccio un rapido riepilogo della situazione e mi chiedo Hai detto tutto ciò che avevi da dire? se la risposta è Sì!, passo oltre. Chiudo la porta.

Se la risposta è No, è un casino.
In entrambi i casi la rabbia assorbita mi resta dentro e, come le migliori tazze di tè bianco, dentro di me l’energia è doppia.

Ma passiamo all’argomento di oggi.
Ormai questo blog è diventato un modo per comunicare con l’Altro e un po’ me ne dispiaccio.
Man mano che vi incontro, che ci scontriamo, conosciamo e poi salutiamo, mi vengono in mente delle riflessioni su ciò che ci siamo detti, in particolare, su ciò che è rimasto in sospeso.
La colpa è della nostra pigrizia ma anche dei discorsi lasciati a metà nelle chat. La colpa è delle chat che non ci aiutano di certo a capirci, che riescono a peggiorare ogni situazione instabile e che ci lasciano storditi e confusi. Questo fa sì che ognuno generi la propria conclusione sull’altro, generalmente quella che più gli è comoda e probabilmente quella sbagliata.

In questi giorni ho riflettuto sull’idealizzare, che spesso viene visto come qualcosa di assolutamente negativo. Nell’ultima settimana mi è stato ripetuto, da più parti, in più sedute “Non idealizzare!“, come se idealizzare fosse l’errore più grande che si possa compiere.
Allora mi sono interrogata sia sul termine che sull’azione. Leggendo un testo di Recalcati che parla di anoressia, si evince come l’anoressica idealizzi il corpo magro. L’esempio non è dei più allegri ma mi ha reso chiaramente l’ azione.
L’anoressica desidera il corpo che idealizza: il corpo magro, per l’anoressica, è la forma a cui tendere.

Funziona quasi per tutto così: per il lavoro, per l’amore, per gli amici.
Proviamo a capire dove si trova l’errore.
Esempio banale: il mio partner ideale è un uomo realizzato lavorativamente, padre e marito responsabile ma incontro un uomo che cambia lavoro in continuazione per sua scelta, che non ama legami troppo intensi e non desidera essere padre. Decido, nonostante questa persona non corrisponda al mio ideale, di continuare a frequentarla sperando che un giorno “metta la testa a posto”.
Ho idealizzato il mio amore (un uomo responsabile, padre di famiglia e marito) ma non ho seguito il mio ideale, sto accettando una figura totalmente diversa da quella idealizzata, con la speranza che un giorno queste due figure corrispondano.

Ditemi, secondo voi, l’errore dove sta?
Nell’idealizzare l’uomo della vita o e nell’accettare un uomo totalmente diverso dalla mia idealizazzione?
L’errore, forse, non sta nell’idealizzare una cosa e tendere ad essa ma nel trasformare la cosa/la persona nell’oggetto/persona che più corrisponda alla nostra idealizzazione o nel non vedere affatto che la cosa/persona che ci troviamo difronte è totalmente diversa da ciò avevamo idealizzato.

Personalmente non credo che sia sbagliato idealizzare, credo sia giusto tendere alle proprie idealizzazioni, credo sia sbagliato accettare una figura diversa, pensando che questa, in qualche modo, prima o poi, possa coincidere con la nostra idealizzazione.

In passato non sono stata affatto brava a compiere questa operazione.
Ho idealizzato tantissimo, idealizzare molto spesso è un atto di necessità: ho bisogno di idealizzare un uomo, anche solo per una semplice avventura sessuale, lo idealizzo finché basta e, una volta compiuto l’atto, la sua vera immagine neutralizza ciò che ho idealizzato e la distrugge. Il mio interesse cessa.
È un’operazione che in molti compiono, sbagliando.
C’è anche chi fa coincidere ciò che idealizza con la persona sbagliata, trascorrendo con questa molti anni della propria vita.
C’è perfino chi arriva a sposarsi con la persona “sbagliata”, ma non che la persona “sbagliata” sia sbagliata in generale, poveretta, semplicemente (semplice, per modo di dire) quella persona non coincide con l’ideale d’amore che le è stato corrisposto.
Perchè lo fanno?
Temo per comodità, temo sia più facile farsi andar bene una situazione che si conosce piuttosto che rischiare il nuovo per tendere al proprio ideale.

Mi sento quindi di dire che no, non ho appioppato a nessuno l’immagine da me idealizzata, sto imparando (finalmente!) a trovare le differenze fin da subito. Vi dirò di più, fino a poco tempo fa non avevo un’ideale da seguire, andavo un po’ caso, mi facevo andar bene questa o quella persona o situazione, oggi non è più così.
Ogni volta che conosco qualcuno/che vivo un’ esperienza, mi soffermo, da subito, su ciò che “non va” in lui/in essa,  su ciò che non corrisponde al mio ideale… spesso è chiaro ciò che non va, allora decido in quale direzione proseguire e quale grado e importanza dare al rapporto/alla situazione.
Altre volte serve qualche ora o giorno in più e il più delle volte la bolla scoppia da sola.

C’è anche da specificare che ciò che idealizzo è davvero complesso e raro, sicuramente non semplice da trovare o da raggiungere.
Ho finito il tè,
chissà se vi è arrivato qualcosa del mix di oggi, qualcosa che assomigli, come sapore, alla mia tazza di tè bianco.

12 Maggio 2015

Scusate, ho bisogno di un consiglio, per caso sapete come si comunica con una persona che ha 3-4 ore di vita?
Cioè, intendo, che gli dico? Come lo saluto?
“Buongiorno”, “Buonasera”, “Salve”? O gli dico “Ciao!”, gli stringo la mano?
No, forse meglio non toccarlo che se si rompe è un casino… va bé avrà la garanzia, no?
È appena arrivato! Mai usato, nuovo nuovo.

Non so, aiutatemi dai… Che faccio? Gli chiedo il biglietto?
Ma sicuramente il biglietto ce l’ha, se è arrivato fin qua. 
Se non erro si ritirano prima di uscire e poi si pagano alla fine, alla fine di tutto.
Comunque, io non so proprio come fare.
Cioè io ho 30 anni e non so quanti giorni, Federico (così dicono che si chiami, perché lui a quanto pare non si presenta ancora, dev’essere uno che se la tira…) ha poche ore, magari se lo saluto in modo un po’ troppo irruento si spaventa, non vorrei che i miei 30 anni gli piombassero in faccia tutti insieme, sarebbe un casino. Però se lo saluto in modo troppo delicato può darsi che se ne dimenticherà o non lo memorizzerà affatto. Potrei fregarmene di questo, se non fosse che Federico ormai è uno di noi e seguirà la zia, in ogni suo sclero, da oggi fino alla vecchiaia! Ecco, meglio non anticipargli nulla di quest’ultima parte, facciamo che questo lo scoprirà pian piano, avremo tempo, credo.
Intanto ho preparato una lista degli errori che si possono fare entro i 30 anni, ho pensato che gliela farò leggere a step, man mano che imparerà a leggere e capire.
Ovviamente gli consiglierò di provarli tutti, ne vale la pena.
Gli dirò di fregarsene se il biglietto, alla fine dei conti, sarà un po’ più caro. Insomma, si vive una volta sola, è giusto non darsi limiti.

Il problema comunque resta, fra poche ore dovrò incontrarlo e non ho ancora trovato un saluto e un approccio valido. Forse vendono un manuale rapido per comunicare con i nuovi arrivati. Riuscite a farmi una sintesi, per favore?

Ah, a proposito… come mi devo vestire?

Fotografarmi allo specchio, sopravvivere, non pensare.

– Come mai non vuoi lavorare di pomeriggio?

– Non riesco, ho bisogno di più tempo libero…

– In che senso, per riposare?

– No no, devo organizzare un po’ di cose, insomma è un casino se mi piazzano il turno al pomeriggio.

– Ah, capito… figli, marito…

– No no, non sono sposata, non ho figli.

– Fidanzato?

– No, no, nemmeno.

– Hai un secondo lavoro?

– No, non proprio, cioè… è importante più del lavoro.

– Scusa ma non capisco, non per essere invadente,  cos’hai da fare dopo il lavoro?

– Fotografarmi allo specchio, sopravvivere, non pensare.

A voi capita? Vi capita di svegliarvi la mattina e non ricordarvi nulla?
Vi capita di svegliarvi e chiedervi chi siete e cosa dovete fare?
Sicuramente sì, è un classico, capita a tutti. Ecco, a me continua a capitare, sarà stanchezza, stress o la primavera, mi sveglio più volte nella notte e mi chiedo chi sono e so di dover fare qualcosa ma non ricordo cosa, qualcosa di importante.
Non penso sia un caso, doversi dividere fra un lavoro che serve per campare e un lavoro che serve per sopravvivere è un casino.

Forse non lo sapete, ci sono molti artisti in Italia che non fanno gli artisti, fanno gli insegnanti, i commessi, i gelatai, gli impiegati, lavorano nei call center. Artisti che a fine turno corrono in studio e producono qualcosa che và oltre tutto e che arriva a pochi, pochissimi.

Ma a voi degli artisti non importa nulla, no?

Dieci rose in quattro ore

Sono in ritardo di un giorno rispetto al nostro appuntamento settimanale.  Sono in ritardo perché la quantità di cose di cui lamentarmi, negli ultimi 8 giorni, è stata tale da mandarmi in tilt.
Nell’imbarazzo della scelta, solitamente, mi blocco.
In questi giorni siete riusciti ad esprimervi nel peggiore dei modi in ogni direzione.
Mi è capitato di scuotere la testa e pensare Non ci siamo! almeno due volte al giorno.

Avevo un sacco di belle riflessioni da fare ma nulla, non è possibile, troppe interferenze.

Avete scoperto (dopo dieci anni) che l’1 maggio 2015 sarebbe iniziato l’expo; avete deciso (il 30 aprile 2015) che volevate protestare pacificamente contro l’expo; avete scoperto (l’1 maggio 2015) che protestare scendendo in piazza non serve a un cazzo (ma soprattutto non serve un cazzo farlo dopo dieci anni); non avete capito che scendere in piazza oggi dà diritto alla protesta violenta; avete deciso di ripulirvi da soli una città imbrattata dalle vostre stesse proteste; avete espresso ognuno la vostra su questioni che, come al solito, non vi coinvolgono minimamente; avete fantasticato un mondo migliore; siete passati dalla parte del più debole e poi l’avete insultato.

Avete messo in dubbio il lavoro degli altri, perché anche se non ne sapete un cazzo di come funziona photoshop, avete deciso che siete tutti in grado di creare una bella fotografia ma non mi avete ancora spiegato perché cazzo non ve le fate da soli anziché chiedere ai professionisti  di farlo a prezzi ridicoli.

Avete creato degli enormi acquari dalle forme più assurde per imprigionare i pesci rossi e farli diventare arte (con pessimi risultati).

Avete assistito a conferenze di psicanalisi prendendovi il diritto di fare domande del cazzo a fine conferenza.

Non avete ancora capito che le domande si possono anche non fare.
Avete spruzzato profumi alla abercrombie in una galleria d’arte, il giorno dell’inaugurazione.

Siete riusciti a tirarvela, a rifiutare cene che valevano la pena di essere vissute.
Siete riusciti a ferire (ancora una volta) le anime buone con il vostro triste narcisismo.

Ma soprattutto avete intralciato la mia corsa con passeggini, pattini, palloni, skate, biciclette e, ancor peggio, avete cercato di venderci 10 rose in meno di 4 ore, le 4 ore più interessanti degli ultimi 12 mesi.