Sono le donne sole…

Anticipo di un paio di giorni il prossimo post ma solo perché questo weekend sarò impegnata e, soprattutto, perché le cose da scrivere mi sono venute in mente adesso, nel tragitto triennale-casa, dopo aver visto 3 ore di film e documentari sull’arte.
(Magari un giorno vi parlerò anche dell’arte)

Fino ad oggi vi ho parlato di varie tipologie di uomini “senza palle, alfa, narciso” e di solo una tipologia di donne  le “prima madri e mogli e poi (forse) donne”.
È giunto il momento di rivendicare i maschietti (che sono insorti anche dopo l’ultimo, lunghissimo, post che li vedeva protagonisti). Rivendichiamo gli uomini parlando delle donne!

Parliamo delle donne che vanno con i senza palle e poi li vorrebbero picchiare e allontanare nel peggiore dei modi possibili; le stesse donne che sono orgogliose di trovarsi un alfa che non rompa troppo i coglioni e le stesse identiche donne che, dopo l’orgasmo, guardano i narciso con gli occhi a cuoricino.

Esiste la possibilità che il futuro di queste donne sia già bello evidente nell’adolescenza, nel momento esatto in cui arriva il ciclo e il seno comincia a gonfiarsi. In quel momento, queste piccole e goffe donnine, cominciano ad odiare con tutte le loro forze le loro ovaie (e pensare che hanno appena scoperto di averle) e arrivano ad odiarle al punto da smettere di mangiare.
A queste donne non piace nulla del loro corpo e sicuramente non piace entrare a far parte del meraviglioso universo femminile.

Sono le donne che si innamorano ripetutamente dell’uomo sbagliato, quelle che dalla morale comune si sentono dire “Ti stai buttando via”; quelle che non hanno la capacità di decidere e la loro vulnerabilità le spingerebbe ovunque solo per il fatto che non sanno dire “No”.

Sono donne che sanno amare con tutta l’anima e quando lo fanno investono l’altro come degli uragani. Le stesse donne che potrebbero ricevere tutto l’amore di questo mondo ma non lo vedrebbero perché, ai loro occhi, non lo meritano e, di fatto, non lo sentono.

Sono quelle che si incazzano quando il loro uomo le chiede minigonna e tacchi perché “A me non serve quella roba per essere femminile!” e poi guardano le fighette con invidia e pensano “Sono un cesso a confronto”.

Sono le donne dalla zero autostima che girano con un’ agenda fitta di cose da fare.
Sì, proprio quelle che riempiono ogni loro respiro con qualcosa di utile per evitarsi il rischio di sentire il  vuoto incolmabile anche solo per un secondo; se poi, per sbaglio, non riempiono quel mezzo secondo di cose da fare, rischiano un down profondo che le porta allo sconforto totale con conseguente crisi isterica e successivo sfogo verbale sul poveretto di turno.

Sono quelle tutte sorriso e impulso, quelle calme fuori e l’inferno è dentro.

Quelle che giocavano con Ken e Barbie in versione eterni fidanzati perchè “Se si sposano invecchiano”.
Le donne che non hanno mai sognato l’abito bianco, sì, esistono, sono proprio loro.
Le donne che, durante le loro brevi e intensissime storie d’amore, mentre lui immagina il loro futuro insieme (casa, bambini, cani) loro si immaginano sole, dall’altra parte del mondo.
Quelle che vorrebbero un gatto ma poi non hanno voglia nemmeno di prendersi cura di una piantina, figuriamoci di un gatto!
Quelle che, quando scoprono che diventeranno zie, si sentono dire cose del tipo “Mi raccomando, tuo nipote, cerca di vederlo bello e volergli bene”.

Sono le donne che desiderano morire ma solo perché tendono alla realizzazione massima lavorativa/intellettiva/culturale/artistica e sanno già che non sarà mai abbastanza. Quelle che si buttano nelle loro passioni e non vedono nessun altro.
Quelle che devono essere al centro dei discorsi, anche degli amici. Quelle che nessuno si preoccupa mai per loro ma loro possono dimenticarsi tutto degli altri.
Quelle che pretendono di essere cercate e se non le cerchi vuol dire che non le desideri veramente. Quelle che non si sentiranno mai e poi mai desiderate.
Sono le donne brutte che resteranno brutte anche se l’intero universo maschile fosse lì a sbavare ai loro piedi. Sono quelle che odiano i complimenti perché non sono mai sinceri.
Sono quelle che non sanno rapportarsi con l’universo maschile se non con il sesso. Quelle che non concepiscono che un uomo possa voler anche solo parlare con loro (e se qualcuno si azzardasse a farlo crisi d’identità, autostima a zero, senso di abbandono)

Sono le donne che se un uomo dice “Non innamorarti di me”, vorrebbero farlo, per un po’ lo fanno, ma poi si rendono conto che la loro stabilità emotiva è solidissima… per 2-3 minuti.
Sono donne che vivono le relazioni solo nel “Per ora è così, fra poco chissà…”
Quelle che ancor prima del primo appuntamento si chiedono “Chissà come finirà?”.
Quelle che pensano che “Ama ancora la sua ex” e “La prossima sarà sicuramente migliore di me”.

Sono le donne che hanno già fallito, ancor prima di iniziare.
Perché,  diciamoci la verità, l’istinto ci vede genitori e se una donna, fin dall’inizio, non si sente e non si sentirà mai madre, cos’ha da offrire ad un uomo? La sua compagnia?
Ma quale uomo non desidera essere padre?

Non saprei in quale categoria inserirle ma a far da base alla loro frenetica e intesa vita c’è, sicuramente, la frustrazione.
La frustrazione di aver fallito come donna e la volontà di riuscire, nonostante tutto, come essere umano.

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Vi insegnerò chi non amare

Avrei voluto che il titolo di questo post fosse “Oggi vi insegnerò ad amare” ma una serie di ragionamenti mi hanno dirottata altrove. Fino a qualche ora fa mi sentivo piuttosto nervosa, tipo una piccola bomba pronta ad esplodere, oggi il nodo si è allentato, ho trovato un respiro, per cui: vi insegnerò, con serenità, a riconoscere chi non amare.

Mi è stato detto che per avere successo servono tre cose:
fortuna, volontà e conoscenza.

Ci sono persone fortunate, che di base hanno la volontà di amare e farsi amare, hanno voglia di innamorarsi e, forse, hanno anche un intuito che funziona bene, un equilibrio interno che le aiuta. Queste persone trovano facilmente l’anima gemella (perché nel loro caso pare si tratti di anima gemella) e non la lasciano più (ne si fanno lasciare)

Ci sono persone, poi, che hanno la volontà di ma non si applicano.
Ok, si può tener conto del fatto che emotività, equilibrio interiore, mancanza di fortuna, possano agire negativamente, ma alcune persone proprio non si applicano.

In che senso?
Nel senso che non si può avere la volontà di senza conoscere ciò per cui si agirebbe.

Ma conoscere cosa?
Conoscere se stessi e ciò che ci fa star bene.

Nei post precedenti vi ho parlato di varie tipologie di uomini ma non degli uomini narciso. La psicologia riconosce all’uomo narciso l’abilità di far sentire la donna amata e desiderata, a mio parere, invece, siamo arrivati al punto in cui, gli uomini narciso, non fanno più nemmeno questo piccolo sforzo iniziale, mostrandosi, fin dal principio, per quello che sono.

(Parlo di uomini ma non escludo che esista anche la categoria donne-narciso, sentitevi liberi di ribaltare il discorso)

Gli uomini narciso, molto simili ai maschi alfa, sono la categoria più fastidiosa che si è sviluppata e si sta, ahinoi!, sviluppando in questi anni.
L’uomo narciso, molto spesso bello, intelligente e sicuro di sé, è quello che da per scontato (no, non sto scherzando) che tu ti innamorerai di lui.
La genialità della sua presunzione sta nel fatto che questa sua sicurezza è data dal nulla: tu ti innamorerai di lui, lui che non ti ha dato nulla.
Per assurdo, può essere che ti abbia solo tolto.

L’uomo narciso è sicuro di sé, ha passato la trentina, si scopa qualsiasi fascia d’età, ti cerca in modo freddo (molto spesso con una scusa) e la scopata è data per ovvio.
Ti invita a casa sua, ti riempie di racconti su quanto sia bravo, bello, interessante, ti intasa le orecchie di nozioni e conoscenze. Ti dice subito che “no, io non mi sposerò mai”, ti parla di numeri “ho scopato 300 donne”, ti fa notare quanto lui si senta bello nel suo corpo, ti sbatte in faccia i suoi soldi, ti fa notare che “sono fatto così” e tu non puoi permetterti di “rompermi il cazzo e dirmi cosa devo fare”, ti guarda dicendoti che le donne che frequenta di solito “indossano tacchi e minigonna” e tu sei “un’eccezione inspiegabile”. L’uomo narciso da per scontato che tu sia una donna e, in quanto tale, sia “noiosa e pesante”. L’uomo narciso ti dice cose del tipo “in questo periodo non posso darti di più” e poi “non ho intenzione di prendermi cura di te”.
L’uomo narciso ti scopa benissimo e ci tiene a fartelo notare che (lui) conosce l’orgasmo femminile meglio di te, per cui capisce (meglio di te) se il tuo orgasmo è stato clitorideo o vaginale. L’uomo narciso, dall’alto della sua esperienza, ti scopa e poi ha bisogno di dirti che “le coccole non le voglio”.

Ma mister narciso ignora un paio di passaggi:
la scopata è data per ovvio perché la donna, che ha accettato il suo invito, ha già deciso che vuole scopare; la donna ascolta i suoi discorsi auto-celebrativi nel totale disinteresse ma li subisce perché sa che il gioco dei ruoli (del narciso) pretende che sia lui ad avere il cazzo in mano (poi sono le donne noiose e pesanti? mah!); non è scontato che tutte le donne vogliano sposarsi e, tanto meno, sposarsi con uno che chiederebbe il permesso alla mamma; parlare ad una donna di numeri non renderà il profilo del narciso più appetibile; vantarsi del proprio corpo e delle proprie possibilità economiche è sintomo di un’insicurezza assai profonda; non saper fare il nodo alla cravatta e andare in giro con  i jeans strappati pretendendo minigonna e tacchi non è un esempio di coerenza; ma, soprattutto, chi gli ha chiesto di più? chi gli ha chiesto di prendersi cura di?  E che cazzo ne sa (un uomo) dell’ orgasmo femminile se perfino per le donne la faccenda è assai complessa?

Come può una donna innamorarsi del narciso? Innamorarsi di un uomo che la guarda con lo sguardo terrorizzato di chi è pronto a girarsi e scappare?
Come può una donna innamorarsi di un uomo che non sa lasciarsi andare per paura di? Come può una donna innamorarsi di un uomo che non vede nulla di bello in lei, o non lo vuol vedere, perché poi chissà mamma s’offende?
E ancora, come può una donna che non ha la volontà di innamorarsi proprio di un narciso?

Non posso insegnare a nessuno ad amare ma so quanto sia importante imparare a conoscere e riconoscere chi merita affetto e amore.
Perché amore e desiderio bisogna meritarseli.

Miart e fiere simili

Sapete cos’è Miart?
Miart è una Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Miart è la mostra internazionale d’arte moderna e contemporanea, è un osservatorio attento e sensibile ad ogni evoluzione artistica e si conferma luogo culturalmente privilegiato per l’attenzione dedicata alle continue novità del mercato artistico, alla dinamicità che lo contraddistingue, ai suoi cambiamenti rapidissimi e  alle diverse frontiere esplorate dal mondo dell’arte.
 
Miart è una fiera in cui moderno e contemporaneo dialogano con continui rimandi o con echi più o meno espliciti; un’occasione per riflettere sulla continuità fra passato e presente.

Miart è una fiera e come ogni fiera è suddivisa in stand, ogni stand rappresenta una galleria, che a sua volta presenta uno o più artisti, o meglio, presenta le opere degli artisti che tratta.
Ci sono due sezioni del Miart, la sezione dove poter acquistare le opere di artisti morti e la sezione dove poter acquistare le opere di artisti prossimi alla morte. Le opere dei giovanissimi sono rare, se ne trovate qualcuna forse è venduta da gallerie estere, quelle italiane preferiscono le opere degli artisti storicizzati o già riconosciuti (non dite che non è così)

Passeggiando per la sezione opere di artisti morti sentirete parlare di cifre alte, altissime, sentirete domande tipo “Quando è morto? Quest’opera è degli anni 70? Perchè la prima serie non se la caga nessuno, è negli anni 70 che ha prodotto bene
Il Miart per chi si conosce, è fatto di incroci rapidi, due tre passi durante i quali avviene tutto: incrocio, stretta di mano, mano sulla spalla “Ciao, come va?”
“Bene, poi ci sentiamo per quella cosa?”
passo, le mani si lasciano, passo “Ah, si, ho concluso, tutto pronto, parte domani per Parigi”
mezzo giro, passo “Perfetto” passo e via.
La scena è piuttosto rapida.

Si gira e si rigira fra gli stand, poi un caffè e usciamo a fumare una sigaretta. Galleristi e direttori di fiere brindano e ridono, risate rumorosissime e gioiose.
Ogni tanto, poco distante dai gruppetti di anime che ridono, si intravedono piccole ombre solitarie. Singoli, silenziosi, fumano con sguardo serio.
All’interno della fiera, queste anime singole, si aggirano con umiltà, si fermano ad osservare: scrutano da lontano, poi si avvicinano alle opere più curiose o quelle più belle. Spesso si chiedono come sia fatta l’opera che hanno di fronte, a volte la guardano e pensano solo sia bellissima, il più delle volte è un “Uff, ancora..” .

Entrare al Miart prima dell’inizio del vernisagge su invito, significa percepire che qualcosa sta per accadere: tutto è pronto, tutti sono in fermento, i galleristi sul pezzo.

Dalle 18 in poi arrivano le guest stars, i veri protagonisti!
Con abiti più o meno bizzarri, occhiali giganti, naso all’insù. Sanno già chi, cosa, quando?
Sicuramente sanno già quanto vogliono spendere. O dite che, ogni tanto, impazziscono per un’opera che gli ha strappato occhi e cuore e che vorrebbero a tutti i costi? Naaaa… Non ci credo che tutto ciò che si sono messi in casa li abbia fatti impazzire.
Perchè ho visto gente comprare foto del grandissimo Ghirri, foto di terza serie (perchè, come disse un amico, “quelle belle sono già finite“) dicevo, gente comprare opere brutte di Ghirri (esistono, giuro che esistono)  perchè Ghirri è Ghirri.

Appena il Miart si riempie, dopo aver bevuto un paio di birre (purtroppo c’era la menabrea quest’ anno) si torna fuori a fumare. Le anime solitarie ogni tanto si raggruppano in piccolissimi gruppi di due o tre, mezzi sorrisi, poi si dividono ancora.
Un gallerista mi guarda e mi chiede: “…e tu?  Sei un’artista, vero?
Rispondo: “Si, sono la parte debole.”
Poi si gira e scoppia a ridere perchè un altro ha fatto una battuta.
Una donna, di questo gruppetto felice, si isola un attimo e mi guarda, con sguardo dolce, mi chiede se riesco a vivere con l’arte e le rispondo: “No, non riesco a vivere nemmeno di altri lavori, fra una settimana sarò disoccupata in tutti i sensi”
“Non ti sei scelta una vita facile,  lo so perchè ho amici artisti e solo uno di loro (ma è di vecchia generazione) ha sempre vissuto solo di arte, gli altri hanno fatto di tutto per campare ed è difficile, difficile perchè non si può avere un lavoro normale o che occupi troppo tempo, altrimenti si rischia di non avere tempo per l’arte”
“infatti la paura ogni volta è questa, rimanere senz’arte”
“lo sai, tutte le donne artiste sono sole, non so il perchè, credo che ci sia qualcosa di forte dentro… tu sei sola?”
” si, penso per incapacità di gestire i rapporti o forse perchè so già che non mi basterebbe”
“è una vita di frustrazione la tua”
“può darsi ma… ”
“…non hai alternative. In bocca al lupo”
“Crepi”

Oggi è Pasqua

Buongiorno e buona Pasqua.

Si, oggi è Pasqua, mi stavo quasi dimenticando che fosse anche domenica.
Mi sono svegliata presto convinta di fare una corsetta, pulire casa e preparare il pranzo. Oggi a pranzo ho un ospite speciale, la mia amica, amica dall’asilo eh, ma non solo… lei è la mia memoria e bisogna trattarla bene la memoria, se perdo anche lei ho perso praticamente gli ultimi 26 anni della mia vita (dall’asilo in poi, in pratica) .

Ma torniamo ad oggi, la Pasqua.

Oggi ho pensato di raccontarvi una storia d’amore, durata sei mesi circa, sei mesi intensi e faticosi.
Il tutto è iniziato con una telefonata, una telefonata arrivata esattamente nel giorno in cui ho detto Basta! Ci rinuncio, non voglio più cercare! era il 5 settembre, me lo ricordo perfettamente il giorno in cui ho deciso di rinunciare e, alle 17 circa, è arrivata la telefonata.

Il primo appuntamento è stato divertente. Sì, è stato divertente, non avrei altra definizione. Divertente e mi ha lasciato la speranza di poter rivivere la sensazione di andare avanti. La mattina seguente un messaggio mi invitata ad un secondo appuntamento, questa volta la data fissata era per il 24 settembre, il giorno del mio trentesimo compleanno, il giorno che avevo pensato di trascorrere a Catania ad auto-festeggiarmi. Ho accettato ma vi assicuro che ero indecisa, insomma, non sapevo come sarebbe andata, ero stata bene e le prospettive erano molto buone ma io avevo appena detto Basta, ci rinuncio! e l’avevo detto convinta! E subito mi si metteva di fronte una scelta che limitava la libertà di festeggiare i miei cazzo di 30 anni nel luogo che amo di più al mondo (in assoluto).

Alla fine la “necessità” ha prevalso e ho accettato di rinunciare al mio compleanno, pensando che, in qualche modo, qualcosa, mi avrebbe ripagata per la rinuncia.

Dal primo al secondo appuntamento sono trascorse un paio di settimane e in quelle settimane è successo di tutto, in particolare ho pianto tanto e fotografato tantissimo. Avevo da poco lasciato la Puglia e l’idea di ricominciare a Milano un’altra storia, senza ancora aver metabolizzato il pensiero di aver fallito l’ultima, non era facile.

Arriviamo al 24 settembre. Era il mio trentesimo compleanno ed io ero a Milano anzichè essere in Sicilia.

Mi ero vestita bene, avevo mangiato leggero e mi ero seduta su quella sedia col pensiero O la va o la spacca, chissenefotte.
Quel giorno mi sentivo grande e buona, sentivo di poter dare amore.
Non troppo amore, il giusto. Non ero emozionata, ero forte della mia rinuncia e sicura che questo mi avrebbe premiata.

Un incontro carino, calmo, mi ha lasciato una buona sensazione.

Sta diventando lunga questa storia, lo so.
Dopo il secondo incontro si è deciso che tutto aveva i presupposti per continuare, io andavo bene, lui andava bene, si iniziava.

I primi due mesi sono stati faticosissimi: trasferimenti, spostamenti, fatica fisica e mentale. Mi stavo buttando in una storia completamente diversa dalla precedente, ero motivata ma non volevo esaltarmi troppo, tenevo i piedi attaccati al terreno e non avevo neppure il tempo di sognare da quanto ero stanca.

Dal secondo mese in poi eccomi a Milano. Ora tutto poteva realizzarsi, tutto si stava assettando, questo rapporto che fino a poco prima mi era piombato addosso, inizialmente con molta calma, poi come un uragano, prendeva una forma definita.
Non era facile ma sicuramente mi permetteva di vivere anche molte altre situazioni per me assolutamente necessarie. Questo rapporto mi permetteva di stare a Milano e Milano mi dava la possibilità di vivere l’Arte come piace a me: farla e riceverla.

Avevo ripreso a respirare, correre, leggere, andare al cinema, andare alle mostre, viaggiare, avevo realizzato un progetto importante, nel quale ho investito tutta me stessa.
I mesi passavano ed io, fra alti e bassi, cominciavo ad essere soddisfatta della mia nuova vita.
I momenti difficili erano molti, c’era tanta merda da ingoiare (e scusate il francesimo) ma si andava avanti e andava bene così.
Sapevo che per sei mesi sarei stata, semplicemente, bene così.

Mi avevano motivata a far di più e avevo fatto di più.  Accettavo tutto, non importava della febbre, delle mestruazioni, della stanchezza, mi importava andare avanti, perchè quella nuova vita mi piaceva e mi avrebbe permesso di andare oltre, di continuare a creare nuovi progetti, di stare bene, sempre meglio.

Si, forse avrei potuto dare ancor di più ma davo e mi sarebbe bastato ricevere il giusto.

La scorsa settimana sono stata chiamata in ufficio, mi è stato detto che questa meravigliosa storia si sarebbe conclusa il 21 aprile.
Nessuna spiegazione.
“Hai qualcosa da dirci?” mi hanno chiesto, ed io, fissando il vuoto con la sensazione che, infondo, me l’aspettavo e consapevole del fatto che la fine arriva sempre, ho risposto solo “Mi dispiace, in bocca al lupo”.

Subito dopo sono tornata fra i miei colleghi, un po’ sconfitta, con la voglia di scappare e la fretta di ricominciare una nuova vita. L’unica sensazione che ho ben chiara di quell’istante: la fretta di ricominciare una nuova vita.

La strada fra lavoro e casa, quella sera, è stata un fiume di lacrime.
Mi sentivo inutile, stupida, incapace, delusa, frustrata.
Pensavo a quella mia nuova vita, stava prendendo una bella forma, cominciava a piacermi, desideravo delle abitudini e qualcuna, seppur piccola, cominciava a formarsi.
Pensavo, come succede spesso alla fine di una storia, che sarei stata libera ma allo stesso tempo, quella libertà era l’ennesimo vuoto che si creava di fronte a me.

Sembra che la mia generazione sia continuamente sottoposta a questo: non si fa in tempo a vivere una situazione, a riempirsi di essa, che si arriva subito alla fine, ed è di nuovo VUOTO TOTALE.

Altri miei colleghi hanno ricevuto la stessa identica notizia, nessuno l’ha presa bene. Una cara amica, che pensavo forte, fortissima, ho saputo che ne ha sofferto troppo e il medico le ha prescritto degli antidepressivi. Sì, degli antidepressivi per il lavoro.
Perchè questo lavoro, che vi ho descritto appena, ci aveva coinvolti molto.
Era la nascita di un nuovo negozio, l’abbiamo allestito noi, l’abbiamo respirato quando ancora era un mezzo cantiere. Abbiamo vissuto l’invasione dei primi clienti, l’emozione della nascita.
Eravamo coinvolti senza saperlo. Eravamo felici quando si raggiungeva il budget.
Eravamo soddisfatti. Ci piaceva, anche se, al di fuori, le nostre vite avevano cose molto più importanti. Ci serviva.

Investivamo molto di più dello stipendio che ricevevamo ma quello stipendio ci bastava.
Nessuno di noi aveva la presunzione di, avevamo l’umilità e la voglia di lavorare.

Oggi è Pasqua, la Pasqua è rinascita, oggi si festeggia la primavera e piove.
Qualche giorno fa ho incontrato una persona che, con poche parole, ha aperto un mondo davanti a me. Quelle poche parole le ha dette con un’energia che si incontra raramente.
Vorrei descrivervelo ma sarebbe difficile, potrei dirvi che è un concentrato di energia positiva e risate e che mi ha fatto capire che il cambiamento parte da me.
Ed ora desidero quel cazzo di cambiamento con tutta me stessa, ora passo le giornate a dirmi che non voglio più fare lavori di merda nè, tantomeno, ricevere delusioni per dei lavori di merda.
Perchè ho studiato tanto, perchè ci sono cose che mi piace fare e che so fare bene o sicuramente meglio del piegare una cazzo di maglietta.

Oggi è Pasqua, mi sono comprata un uovo di Pasqua, come ogni giorno di Pasqua penserò che la sorpresa fa cagare e che per fortuna l’uovo è fatto di cioccolato e, se la sorpresa non posso sceglierla, il cioccolato sì.

Vi meritate…

Vi meritate quelli che ridono quando vi sentono pronunciare “aleatorio” perchè pensano che sia una parola inventata.

Vi meritate quelli che 485-85 lo fanno con la calcolatrice perchè “voglio essere sicuro di non sbagliare”.

Vi meritate quelli che “mio figlio, da grande, dovrà fare la puttana o il calciatore perchè voglio che mi mantenga”.

Vi meritate quelli che “sei mai stato a Lugano? C’è un centro commerciale bellissimo”

Vi meritate manager aziendali che non sanno coniugare nemmeno il presente.

Vi meritate di essere illusi.

Vi meritate di invecchiare nell’illusione di poter, un giorno, diventare qualcuno.

Vi meritate di esser trattati di merda inconsapevolmente.

Vi meritate il mio silenzio e la mia compassione.

Vi meritate che io vi auguri il bene, esattamente il “bene” che mi avete fatto.

Vi meritate di non capire e non sentire e non saper distinguere.

Vi meritate il nulla, quello che siete.

ps: questa lista è in continuo aggiornamento