24 Aprile 2016

Ciao Federico,
oggi mi sono seduta a terra, di fronte a te. Tu giocavi e io mi intromettevo. Ho perfino gattonato per imitarti, con scarsi risultati per le mie ginocchia spigolose.

Mentre ti guardavo pensavo alle parole di Munari, quelle che spiegano che voi bambini non avete fantasia, ma la tendenza a riprodurre ciò che conoscete e che appartiene al vostro mondo.

Sai Federico, oggi ti vorrei parlare del mio angelo custode, devo averlo scelto da bambina e, in qualche modo, mi ha più volte salvato la vita. Come angelo custode ho scelto l’arte.
Spero con tutto il cuore che avrai modo di conoscerla e passarci qualche ora insieme, ogni tanto. Perché lo spero? Perché la società in cui stai crescendo accetta le immagini fino ad un certo punto.

All’asilo ti daranno mille pennarelli colorati, ti chiederanno di disegnare e colorare e tu sarai più o meno bravo in base all’interesse che avrai per questa attività.
Crescendo ci saranno tante altre cose da imparare (per loro più importanti) e se da grande vorrai sentirti libero di disegnare, sappi che a dirti “bravo” saranno in pochi, forse nessuno. Perché? Non lo so.

Immagina con me un mondo senza immagini. Un mondo dove i colori non hanno importanza. Ad esempio, il cilindro rosso che cercavi di inserire nella sagoma del cerchio rosso… ecco, sarebbe grigio e grigia la sagoma. Idem per il prisma verde e tutti gli altri. Tutto grigio. Ma che dico?! Non esisterebbero proprio, non esisterebbe nessuno dei tuoi giocattoli. Forse giocheresti con la pasta, una pasta come tutte le altre, del suo colore naturale, un giallino molto sbiadito.
Per non parlare delle tutine piene di colori e righe e animaletti stilizzati e buffi. Indosseresti la stessa tutina grigia assegnata a tutti gli altri bimbi, un modello di tutina anonima e funzionale.

All’asilo non ti avrebbero assegnato la barchetta ma un numero.

Non esisterebbero disegni di animali di alcun tipo! Né stilizzati né tanto meno realistici. Non esisterebbe l’anatomia, il cui studio è iniziato proprio grazie al disegno. Ma questo è un problema a cui, chi ignora l’importanza delle immagini, riuscirebbe a rimediare. Forse.

La bambina con la bici rossa e le treccine della quale potresti innamorarti alle elementari? Non avrebbe né bici rossa né treccine.

Riesci a immaginarlo un mondo monotono e funzionale?

Non ci sarebbe alcuna ricerca visiva ed estetica. No case diverse, no design di alcun tipo, stesse divise, stesso taglio di capelli. No film, no tv, no cartoni animati.
Non ci sarebbero i ricordi: le foto di te da bambino e di noi insieme, le foto del matrimonio di mamma e papà.

Tutto sarebbe grigio e funzionale.

I libri senza immagini, mi raccomando! Ma, ti dirò di più, Fede… i libri o racconti che evocano immagini non esisterebbero.

Non potrebbe esistere neppure questa lettera, perché, ne sono sicura, mentre mi leggi la tua mente ha già creato l’immagine di te, bimbo, con una tutina grigia e funzionale, che fissi la pasta, una pasta come tutte le altre, di quel giallino molto sbiadito.

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Condanna

Mi piace pensare che la condanna degli artisti sia il voler possedere la bellezza.

La bellezza che trova una delle sue massime espressioni nel volto dell’altro.

ozio produttivo

” (…) rivolgendo la mia attenzione ad oggetti apparentemente insignificanti ( le leggi che regolano il volo delle zanzare, il ritmo dei pulviscoli nel sole, la melodia delle onde sonore, eccetera). Ne derivò un crescente stupore circa la molteplicità degli avvenimenti e un totale, tranquillizzante oblio di me stesso, con cui mi assicurai le basi per un salutare, mai noioso far niente.”
Hermann Hesse

Il mio mantra di questa settimana.

Alcuni artisti riflettono sull’ozio, capita di trovarmi lì, in mezzo alle loro riflessioni, e la mia mente torna a quando ne capivo il significato.

Devo concedermi un po’ di ozio produttivo.

Funamboli, precari, disequilibrati, alla ricerca di un senso.

Dell’esame di maturità ricordo tre cose:

Faceva caldo, un caldo insopportabile, un caldo da far sudare le pareti.

Alcuni compagni raccontavano di non aver dormito, di essere agitati, io ero la solita, volevo solo togliermi davanti gli ultimi giorni di liceo, godermi l’estate; ero tranquilla, sembrava non me ne importasse nulla, come sempre.

L’ultima domanda del mio esame, la più difficile, quella davanti alla quale ho fatto scena muta, forse l’unica scena muta della mia carriera scolastica “Cosa vuoi fare da grande?”.
Sarebbe cambiato tutto nel giro di pochi mesi.

Fra tre mesi cambierà, nuovamente,tutto. Ogni sei mesi cambia tutto. Per i primi due mesi non ci penso mai, gli ultimi due comincio a fantasticare su cosa mi aspetta. Ipotizzo il peggio e non trovo mai nulla di buono. Poi va sempre meglio, rispetto al peggio, me la cavo sempre meglio.

Ma Cosa vuoi fare da grande? rimbomba spesso, a intermittenza, fra le pareti fredde o calde, di ogni nuova casa, di ogni edificio, aula, negozio. Il Cosa vuoi fare da grande? resta incastrato fra i ricordi di quegli ultimissimi giorni di liceo. I giorni dai quali sembra non si possa più tornare indietro, quelli delle scelte decisive che non arrivano mai.

I giorni in cui si inizia, tendendo la corda, a reinventarsi.

Funamboli,

precari,

disequilibrati,

alla ricerca di un senso.

L’empatia dei giorni no

Con 39 di febbre riordinare le idee è difficile. Figuriamoci gestire le emozioni.

Da sabato vedo solo la mia stanza, la prospettiva è piuttosto alta, dormo su un letto a soppalco. Ogni tanto sbircio internet e leggo notizie che, il più delle volte, sembrano finte. Sì, anche le bombe sembrano finte, forse le bombe ancor di più. Lo erano anche le immagini alla tv, quando ne avevo una e vivevo con mamma, papà e fratelli. Era tutto finto anche in tv. Ci è bastato mettere un vetro davanti alle cose e farci spettatori. Non so quale fosse la reazione prima di tutto cìò, se leggere una notizia o ascoltarla riportata da qualcuno avesse lo stesso identico effetto di finzione. Non lo so.

In questi giorni ho avuto a che fare con tre medici-donne. Una che mi conosce da sempre, una che mi ha visitata in piena notte e una che mi ha sentita piangere per telefono e non sa nemmeno se sono alta bassa grassa o magra.

Prima di ammalarmi (non succedeva dal 2010) ero convinta che un medico che mi conosce da 30 anni mi avrebbe sempre aiutata. Adesso so per certo che non è così, quel medico ha messo un vetro davanti, non gliene frega un cazzo se sto bene o male, tira dritto e avanti il prossimo.

Il medico che mi ha visitata, invece, ha fatto quel che poteva e mi ha regalato un sorriso che, davvero, mi chiedo dove abbia trovato la forza, dopo una nottata di lavoro.

Ma ciò che mi ha sorpresa è stato vedere come davanti al pianto e al suono della voce, la terza dottoressa non abbia messo alcun vetro. Eravamo umane, io e lei. Non c’era finzione. Io esausta dalla stanchezza, dalla febbre, dal senso d’ingiustizia. Lei dispiaciuta,  provava a trovare una soluzione per me.

Dicono che l’assenza di empatia sia una caratteristica dell’essere medico. Ma c’è un confine sottilissimo che separa l’essere un bravo medico e l’essere uno stronzo.

Forse dovremmo smetterla di guardare le immagini, dovremmo ascoltare il suono di quella tragedia, i pianti, le urla.

Forse dovremmo imparare a preoccuparci, a chiedere (sempre) quali sono i giorni no e perché.

Vile

Mi annoia il vile, chi si nasconde e sputa sentenze.

Il vile mi annoia e mi fa tenerezza, poiché, di fatto, non ha nulla di più interessante da fare e da dire.

 

L’aereo che non riusciva a decollare

C’era una volta la piccola Rosa,
Rosa un giorno era aggrappata alle ali di un aereo e voleva volare.
Una ragazza le diceva che sarebbe stato difficile volare perché l’aereo non riusciva a decollare.

Rosa pensava che, una volta in volo, avrebbe perso gravità e avrebbe potuto fluttuare nel cielo.

(Notte13-14 gennaio 2015, Milano)

21 febbraio 2016

Ciao Fede, non ci vedevamo da tanto.
Cresci fino ad essere, ogni volta, qualcuno da riconoscere.

Ci siamo riuniti per festeggiare il compleanno della nonna – mia mamma.

Ti avevo anticipato che ti avrei parlato del nonno, questa è l’occasione giusta.
La nonna e il nonno sono nati lo stesso giorno, il nonno però ci ha lasciati molto prima del tuo arrivo. Ci ha lasciati ancor prima che i tuoi genitori si incontrassero.

Il nonno non era fra di noi, oggi, perché il suo cuore ha ceduto una notte di 13 anni fa, circa. Mi piace pensare che l’infarto venga alle persone che amano troppo. Mio padre ci amava. Lui era, per noi, la Legge. Tutto quello che diceva papà era giusto, ci fidavamo di lui, lui sapeva sempre cosa fare. Ma soprattutto, ed è di questo che ti voglio parlare, sapeva dire “No.”.

Il nonno -mio padre- non era solo perfetto nei suoi “No.”, era perfetto anche nel respingere la mia insistenza. I miei fratelli hanno un altro temperamento rispetto al mio, più tranquillo, per cui di fronte ai suoi “No.” si bloccavano, non c’era obiezione. Per me le cose funzionavano in modo diverso, cerco di spiegarmi:

io: < Papà, posso fare questo?>
risposta: <No.>
mia obiezione: < Perché no?>
risposta conclusiva del nonno: <Perché No.>

Caro Federico, tutto questo ti sembrerà un delirio insensato, per me i suoi “Perché No.” lo sono stati per molto tempo. Dopo la sua scomparsa però, il rapporto con mia madre e i miei fratelli si è sgretolato, non comunicavamo più. Ognuno si è chiuso nelle proprie decisioni.
L’elemento che ci teneva uniti, che ci indicava il giusto o sbagliato, non c’era più.

Non c’era più nessuno a dirci di No.

Davanti al dilemma “Lo faccio? O non lo faccio?”, ritrovavo un timido “no” e quando rivolgevo a me stessa il “perché non farlo?” non mi imbattevo più in un fermo e deciso “Perché No.”

Questa, piccolo Fede, è la storia di come ho cominciato a sbagliare.

Parassitismo e fastidio

Non ho mai studiato scienze naturali ma mi piace osservare il comportamento di chi mi sta attorno. Da diverso tempo, ad esempio, rifletto sulla figura del parassita. Sentiamo spesso definire quella o quell’altra persona come “parassita” ma ne capiamo il reale significato solo quando ci ritroviamo a vivere una determinata situazione o meglio, ci ritroviamo a rivivere l’ennesima, identica, situazione.

La prima cosa che ho fatto è stato googolare parassita: Animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi.

Affascinante leggere che Il parassitismo è una forma associativa molto diffusa, tanto che si può affermare che nessuna specie ne sia immune.

Volendo umanizzare il parassita, ciò che riscontriamo in lui sono alcune particolari caratteristiche comportamentali. Semplificando molto, troviamo in lui la tendenza ad apparire buono e simpatico, la tendenza ad innescare, negli altri, un sentimento di tenerezza misto a compassione. Queste sue caratteristiche gli consentono di intrappolare l’ospite.

L’ospite si mostra, fin da subito, fragile ed incline all’altruismo. L’ospite è educato e rispettoso perché odia subire atteggiamenti scorretti. L’ospite non sa difendersi, l’unico mezzo che utilizza per farlo è fallimentare. Egli si rende infatti “disponibile” illudendosi che le classiche buone maniere scoraggino gli atteggiamenti negativi nei suoi confronti.


Col passare del tempo, l’
ospite capisce che gli abbracci e i sorrisi del parassita si rivelano per quello che sono: strumenti che gli consentono di vivere alle spese dell’ospite senza alcun sforzo.

Il parassita, tuttavia, cresce nella convinzione di avere solo diritti.

È paradossale ma è così: il parassita ha sempre vissuto nell’abbondanza, l’ospite nella mancanza. Questo fa si che essi tendano a ricrearsi lo stesso clima nel quale sono cresciuti – il senso di abbondanza / mancanzae che gli è più familiare (seppur nocivo, per certi aspetti)

L’Io del parassita si presenta compatto nel dire all’ospite <La merda sei tu>. L’ospite si abitua a mangiare la merda del parassita sperando che questo porti a chissà quale risvolto positivo.

Questa situazione contiene una nota drammatica per l’ospite, cioè il fatto che non potrà liberarsi del parassita ma solo sperare nella simbiosi. Sperare quindi nel compromesso che offra un vantaggio ad entrambi. In pratica, l’ospite tenderà a cercare dei vantaggi dalla presenza del parassita, poiché liberarsene potrebbe rivelarsi più dannoso.

I batteri nello stomaco della mucca trovano posto sicuro, in cambio la aiutano a digerire la cellulosa.

Noi umani, però, abbiamo la possibilità di scegliere, può quindi esserci un risvolto positivo per l’ospite: egli, non ricevendo benefici diretti dal parassita ma dalla situazione, nel momento in cui vorrà liberarsene non subirà danni. Inoltre, l’ospite, ha un livello di vita/aspettativa/benessere superiore a quello del parassita.

In conclusione, il problema rimane uno: liberarsi dai meccanismi che ci riconducono nelle medesime situazioni di merda.

Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti

Sto percorrendo il corridoio, una porta aperta, lo sguardo scappa dentro:
le teste sono curve sul banco, alcune, altre invece lo fissano mentre le spalle sono appoggiate allo schienale della sedia. La classica sedia che strappa i capelli, ad uno ad uno, a chi li ha lunghi, gli altri non lo sanno nemmeno che lo fa.
Faccio in tempo a scorgere quel mix di terrore e smarrimento negli sguardi, durante il compito di fisica. Mi scappa un sorriso.

Entro in aula, saluto, mi siedo. Le teste sono collegate ai rispettivi auricolari. Oltre al rumore della classe al piano di sopra, riesco a sentire le matite che scivolano sulle tavole e riempiono le forme geometriche di colori primari.
Da pochi giorni sono arrivate le felpe, con cappuccio o senza, hanno tutte una A stampata e circondata da disegni.

Ci sono mattinate che trascorrono silenziose, altre dove le loro voci invadono le mie orecchie, a volte si insinuano nei miei pensieri fino alla sera, altre volte cerco di zittirle, altre volte mi chiedo se le ho  ascoltate abbastanza.

In ogni classe c’è una ragazzina “persa nel suo mondo”, con l’aria triste, che si rannicchia sulla sedia e fissa il diario o un punto qualsiasi. Probabilmente non è sempre la stessa. La cerco ogni volta che entro in un’aula nuova, la trovo quasi sempre. Poi mi metto a cercare gli altri, quello belloccio ma stupido, quello intelligente, la secchiona, la precisina che di solito sta al primo banco, lo strafottente che si nasconde all’ultimo.

Mi sto rendendo conto di non aver mai frequentato gli adolescenti, nemmeno quando io ero adolescente. Ad un primo impatto sembrano più simpatici degli adulti. Parlo di quegli adulti che si disumanizzano. Quelli che dopo i 35 anni,  diventano freddi, presuntosi, inconsapevoli, infantili, stizziti, nervosi, acidi, insopportabili, arrivisti, poco interessanti, antipatici.